God save the queen
She’s not a human being
and There’s no future
And England’s dreaming
Ci hanno provato. Hanno provato a farci impressione, con principi e principesse, con quarti di nobiltà calcistici, con un tifo assordante, ci hanno provato e ci hanno creduto.
Come spesso credono alle cose gli inglesi, convinti della loro superiorità, con quella spocchietta che si portano dietro dai tempi dell’impero, con quella convinzione di diversità che talvolta li porta ad avere atteggiamenti e comportamenti che li rende non propriamente simpatici.
La guerra delle Falkland, le ingerenze segrete, l’adesione alla U.E., sempre marcata da una venatura ipocrita, la brexit.
Gli inglesi proprio non potevano immaginare che sul campo da calcio, giocando in casa, avrebbero mai potuto perdere con gli italiani.
Gli italiani? Dico scherziamo?
Li avete visti i volti di Beckham e di Tom Cruise con quei loro insopportabili profili wasp dal naso dritto e dal mascellone quadrato? Avevano la stessa faccia del Principe William, la faccia di uno che pensa davvero di essere superiore e che la partita fosse poco più di una formalità dall’esito scontato:
“Let’s bring it back home”!
Diamine sono italiani e noi inglesi e siamo in Inghilterra!
Me la immagino la conversazione:
-Sir, e se vincessero gli italiani?
-Oh my God! The italians? Inconceivable!
Peccato non aver potuto vedere la piega di delusione disegnata sul viso di Beckham, abbiamo potuto godere di quella del principe, sul principino glissiamo perché a noi Italiani i bimbi ci fanno simpatia (anche quando sono vestiti come la pubblicità di Brummel).
Il nostro Presidente è stato più british dei britannici, aplomb istituzionale, sorriso presidenziale, gesti misurati, certo non è quel Sandraccio che nel 1982 ci fece tanto deliziare ma, permettetemi di dirlo, magari sarà stata solo un’impressione, quel sorrisetto da Mattarella aveva un’aria abbastanza impertinente.
Io che non sono un Presidente, ma un semplice Italian tra tanti lo posso dire:
che godimento imperiale vedere andargli di traverso la festa, vederli perdere il loro tanto sbandierato applomb e togliersi la medaglia del secondo posto che a loro, sul petto, contrariamente a quanto avrebbe dovuto fare a qualsiasi nazionale, bruciava.
E’ stata una notte bellissima, e il regalo più bello, magari sarò retorico, ce lo hanno fatto gli spagnoli, i tedeschi, i greci, i francesi, gli scozzesi, i belgi, gli olandesi che hanno fatto il tifo per noi, per noi che ancora ci sentiamo fratelli europei, per noi che viviamo tutte le difficoltà, i ritardi, gli errori che la Unione Europea talvolta fa con dolore, convinti come siamo che, nonostante tutto, l’Europa è il destino di tutti i paesi del continente.
Sarebbe stato un vero peccato se la coppa Europa fosse finita nel paese di chi, su quel progetto, su quell’anelito, ci ha sputato sopra ancora una volta per calcolo, sperando di poter coltivare sogni di grandezza ormai trapassati.
Basta, sto facendo anche io la pipì fuori dal vasino ma la giustificazione è la felicità, lo so, è solo una partita di calcio, 22 ragazzi strapagati che corrono dietro una palla, ma ci sono momenti in cui un paese ha bisogno di qualcosa di più di una carezza, ha bisogno di un moto di orgoglio, di appartenenza e in questo periodo orribile che siamo vivendo, questa vittoria ha il sapore di un auspicio.
Sono doppiamente felice perché anche l’altra Italia, quella il cui cuore batte dall’altra parte dell’oceano, ha avuto la sua giornata di gloria, l’Argentina è campione d’America, anche lì un pezzo di cuore italiano gioisce.
Godiamocela.
Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.