Ci sono schemi astratti ovunque. Fungono da regia, e le cose e le coscienze vi si adeguano con facilità sorprendente, come attori esperti all’apertura del sipario. Si può essere più o meno predisposti a notarli, ma una volta che li si sia tirati su a galla, non solo diventano visibili, ma invadenti, addirittura: tutto il contingente svanisce nella fissità di una struttura, in un copione che si ripete tale e quale, con qualche variazione sul tema, inevitabile in un mondo a cavallo della freccia del tempo. Qualche volta le variazioni sono di grossa portata (il Covid, per esempio, sulla scala del sociale; una malattia, un lutto, una separazione o altro in quella del familiare) e in quel caso parliamo di “eventi”. Propongo una definizione: “evento” è una variazione importante capace di far oscillare l’equilibrio di uno schema e qualche volta di distruggerlo. Così quando evochiamo un cambiamento, in realtà ci auguriamo la sostituzione di uno schema con un altro, spesso senza sapere quale. Per convincersi dell’esistenza e dell’importanza degli schemi (anch’essi, come tutto ciò che si autoimpone, positivi fino a quello che si potrebbe chiamare “punto di ribaltamento causa-effetto”) basta percorrere la stessa strada o frequentare gli stessi luoghi per qualche settimana di seguito, oppure osservare il modo in cui le coppie litigano e le motivazioni che si inventano di volta in volta, o ancora concentrarsi sulle strutture linguistiche utilizzate dai singoli individui o sul modo in cui riescono a convincersi di avere sempre ragione in merito a ogni cosa, di essere perenni vittime di qualcos’altro ecc. Io sperimento soprattutto su me stesso, ma mi guardo sempre attorno mettendo talmente a fuoco sugli schemi che spesso quell’attenzione parossistica viene scambiata per distrazione dagli oggetti. C’è uno schema preciso anche dietro il mio comportamento, naturalmente, ma riuscire a vederlo mi permette di fare il primo passo in direzione della consapevolezza, e dunque verso un tentativo di cambiamento. E, andando per la tangente, concludo dicendo che sulla consapevolezza si può formulare un altro principio generale. Anzi, è necessario farlo, e in un certo senso l’ho già fatto.
