In questa estate anomala, con il covid a mezz’aria, un caldo di pazzi che ci sorprende solo perché abbiamo la memoria corta, ci sentiamo tutti come se fossimo in spiaggia senza ombrellone e con una gamba ingessata. Meno male che ci sono le olimpiadi, sebbene dislocate 7 fusi orari più in là. E almeno uno si sveglia e fa subito un rapido consuntivo delle eventuali medaglie raccolte mentre il Paese dormiva, con il fresco notturno che ancora dà qualche cenno di sé, poi fa colazione e si gode il gesto atletico insieme al caffèlatte, prima di andare a farsi una doccia che sarà vanificata di lì a poco dall’afa.
In questo frangente mi sovviene di una vacanza estiva di diversi anni fa, in Croazia. In gruppo di amici e amiche avevamo affittato un appartamento a Dubrovnik, città bellissima e allora struggente, dopo pochi anni dalla fine del conflitto interiugoslavo. Avevamo chiesto all’agenzia di viaggi come avremmo fatto a prendere consegna delle chiavi della casa che avevamo affittato e ci era stato risposto che il proprietario sarebbe venuto a prenderci all’attracco, appuntamento nella sala principale della stazione portuale. Altri tempi, non eravamo ancora iperconnessi e geolocalizzati. Arriviamo e sbarchiamo insieme ad una fiumana di giovani come noi che si accalcano tutti nella enorme sala della stazione, centinaia di persone una sull’altra, cosa che mette i brividi nella attuale epoca pandemica. Mentre ci chiediamo come faremo a riconoscere il proprietario in quella confusione non riesco a non chiedermi perché dall’altra parte della sala, in fondo, c’è uno che emerge con il petto sulla testa degli altri e mi chiedo perché debba stare tutto il tempo sulle spalle di qualcun altro. Aspettiamo, non abbiamo altra possibilità, pian piano la folla si dirada, la sala comincia ad apparire quasi sgombra ed è allora che mi accorgo che il tizio che avevo notato non è salito sulle spalle di nessuno: è solo spaventosamente alto, ed anche parecchio prestante, insomma un marcantonio da film d’azione. Ma c’è di più, il peso massimo adesso viene verso di noi, ci raggiunge e ci chiede in inglese se siamo noi i signori tizio e caio: si, è il nostro padrone di casa. La prima cosa che penso è: se adesso la casa fa cagare chi glielo dice a questo? Fortunatamente il giovanotto è persona molto gentile, gioca a pallacanestro, probabilmente nonostante la statura non deve essere un campione di prima serie, per questo in estate affitta la sua casa e lui e la sua ragazza, un pezzo di slava intorno al metro e novanta, trovano una sistemazione provvisoria altrove. Anche la casa non è male, solo che è particolare: è la prima volta che vedo le prese elettriche sul soffitto: a che servono? E’ più comodo quando bisogna passare l’aspirapolvere. La casa però aveva un piccolo inconveniente: in bagno gli specchi erano posizionati sull’altezza degli abitanti, quindi la maggior parte di noi si e no si specchiava la testa. Fu una vacanza divertente, tra le cose sceme che uno si ricorda a distanza di anni c’è la seguente: in bagno il proprietario aveva lasciato delle ciabatte sportive e ci facevamo delle foto provandole a turno. Sembravamo come quei bambini piccoli che vanno in giro con le scarpe dei genitori.
Ma che centra tutto questo con la corrente afosa estate delle olimpiadi di Tokyo 2020/1? Centra: dopo aver guardato a colazione i corpi scolpiti e giovani degli atleti impegnati nello sforzo agonistico mi ritrovo, uomo maturo quasi in anticamera di anzianità, a guardare la mia immagine riflessa nel bagno, mi sento quasi appartenente ad un’altra specie e, in confronto alla perfezione del gesto atletico mi meraviglia quasi che il mio corpo scialbo riesca a sovrintendere a tutte le funzioni essenziali. Ed è proprio in quei momenti che mi torna in mente il cestista croato, con i suoi specchi indulgenti, ad altezze vertiginose, capaci di evitare mortificazioni di primo mattino.