L’uomo dell’Appennino procede per percorsi curvilinei e non retti. Non misura la velocità in S/T, perché il tempo è curvo come lo spazio. Gli uomini di collina lo hanno capito da millenni, prima di Einstein e misurano lo spazio a spirale, abituati a salire e a scendere. L’uomo di collina ha bisogno di più tempo, rispetto all’uomo di pianura. Vede la meta, ma non tira dritto. Sa che potrebbe essere ingannato. Deve ogni volta inventarsi una traiettoria che somiglia sempre più a un labirinto o a uno scarabocchio per addolcire le isoipse.
Ecco perché è solitario. Ognuno ha il suo percorso che non coincide con quello degli altri. Si incrocia, si saluta e si allontana. Ed è silenzioso. Anche malinconico. Ma riflessivo. Il suo silenzio è “sofistico e d’oro”. Prezioso. Per questo è cocciuto.
Anche chi scrive o pensa non è lineare, ma curvilineo. È distratto da ciò che vede intorno a sé: dalle ghiande o dalle coccole, dalla ragnatela di un ragno o da una fila di formiche.
L’uomo di collina si annoia in pianura ed è capace di procedere a zigzag senza motivo, come le galline. Teme l’acqua che si confonde col cielo. E se non vede la mammellatura delle montagne abbassa lo sguardo.
Forse per questo immagina poco e si guarda i piedi. Al futuro preferisce il presente, perché si tocca.
