Toponomastica

La toponomastica stradale è una tassonomia logistica che caratterizza, sebbene guidata inizialmente dal caso, le nostre vite. Ripetiamo per migliaia di volte il nome di quell’eroe di guerra che nel nostro sbrigativo egoismo immaginiamo sia deceduto gloriosamente al solo fine di fornirci una residenza. Toponomastica stradale in realtà è una locuzione imprecisa, sarebbe più corretto parlare di “odonomastica”, disciplina che specificatamente si occupa dei nomi delle destinazioni urbanistiche degli spazi, ma arbitrariamente non useremo questo nome, che ci piace meno e banalmente richiama tristemente la sala di aspetto di un dentista.

La toponomastica, sì, useremo questo termine da praticoni ignoranti quali siamo, ha un potere trasformativo: organizza gli spazi consentendo ad una striscia di asfalto di avere un’identità, così una connessione dal punto A al punto B diventa immaginificamente Via Tal dei Tali o Corso Pincopallo.

La toponomastica ha delle regole di buon senso: nei nuovi quartieri le vie e le piazze sono intestate per tema, di modo che se arrivi in una zona sconosciuta e cerchi via Varsavia e invece scorgi Via Tallin che fa angolo con via Bratislava ti rincuori comunque, capisci che sei vicino alla meta. E’ una disciplina che sa di antico, che evoca lo scambio di indirizzi a cui poteva seguire una lettera o una cartolina, desueta in un’epoca in cui si condivide la posizione e ci si scambiano messaggi e foto via social.

Ha delle regole che sono create per esser smentite dal tempo: il “corso” è una strada principale della città mentre il “Viale” è una strada ampia ed alberata. Così abbiamo viali con ormai nemmeno più un mezzo cespuglio come testimonianza vegetativa e corsi dimenticati, che non hanno più nessun blasone che ne giustifichi il titolo. E’ una materia puntigliosa: se uno spazio è circondato dai palazzi  è una piazza, altrimenti è un piazzale. E’ una branca che ama la storia, riconosce i larghi come antichi spazi di incontro tra palazzi che non pretendevano di essere piazza, raccoglie le testimonianze di dominazioni e nobilita remote aggettivazioni dialettali.

Ma sa essere anche inflessibile: diffidate dei Paesi che consentono l’intestazione di una via quando l’interessato è ancora in vita, saranno i tiranni e gli oligarchi di turno che ne approfitteranno. Nei Paesi civili la toponomastica è presidio democratico e meritocratico: prima devi fare qualcosa di egregio, poi devi morire e qualcun altro giudicherà se sei degno di una piazza.

E’ un sistema regolatorio capace comunque di un proprio humour sottile, in grado di far sorridere per l’amenità dell’intestazione di turno o per gli ossimori che sa produrre: il famigerato cravattaro che vive in Via degli Onesti.

La toponomastica sa anche essere virtuale, capace di abitare ad esempio nella cultura generazionale che si è affannata alla ricerca di Parco della Vittoria, salvo essere costretta ad accontentarsi di uno striminzito “Vicolo Stretto.

E certe volte è anche capace di spiazzare, verbo ad essa congeniale, come accade nella città di mia moglie, nel cui centro storico campeggia fiera e apparentemente irrazionale “Via Piazza”. Ma una qualche ragione ci sarà, sebbene non professa, ma si sa, la toponomastica ha i suoi segreti.

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