Quando uno muore dalla pancia gli dovrebbe nascere una pianta. Magari gli esce dall’ombelico, che vai a vedere serve proprio per questo.
Non dovrebbe fuoriuscire quando si respira ancora, perché altrimenti uno avrebbe la certezza che è arrivato il suo momento e si spaventa. Per quanto poi, accettata la prospettiva, si potrebbe dire che non sarebbe neanche una fine quanto piuttosto tecnicamente una trasformazione: prima eri uomo adesso diventi pianta, che messa così è meglio di una morte secca, forse è pure una consolazione, ma comunque vaglielo a spiegare a uno che sta morendo. No, meglio dopo, niente commistione di stati.
In ogni caso, dopo l’ultima esalazione, la pianta dovrebbe cominciare a spuntare, il più delle volte dovrebbe essere un albero, anche se non si saprebbe fino a quel momento di che tipo, così tutti i parenti ad aspettare, con curiosità. I più cinici magari anche a scommetterci su. Trenta euro che è un noce. No cinquanta che è un corbezzolo. Sarebbe comunque un rito di interesse collettivo, forse un modo per lenire il dolore della recentissima perdita.
Il concetto di trapasso sarebbe più pertinente, per chi non è credente trapassare da uno stato vitale ad uno tombale non è una gran prospettiva, verso uno vegetale è già qualcosa, lo si può vedere come un nuovo inizio. Anche i certificati di morte andrebbero rivisti, magari derubricati in certificati di passaggio di stato, con indicazione della fine dello status umano e l’inizio di quello vegetale, con tanto di annotazione della specie generata.
I vestiti da morto avrebbero un buco circolare sulla pancia, per permettere una fuoriuscita agevole alla nuova pianta. E così le bare, sarebbero forate, anche se i più forse opterebbero per una fasciatura in materiale compostabile, quasi a trasformare il corpo in una sorta di bulbo produttivo da interrare.
Non vi sarebbe una logica di corrispondenza del germoglio né con il genoma del dipartito né con le azioni dallo stesso messe in essere nella sua vita animale, piuttosto la genesi sarebbe collegata al caso o a ragioni imperscrutabili che la scienza farebbe fatica a decifrare. Cosi due fratelli gemelli omozigoti potrebbero dar vita uno ad frassino e l’altro ad un tralcio di vite, una persona esile ad una quercia ed un pezzo di marcantonio ad un cespuglietto fragile. Si potrà avere assonanza di idee ed affetti in vita e poi produrre manifestazioni vegetali disparate l’una dall’altra. Chissà, la vanità e la stupidità umana potrebbero discettare su presunte superiorità di talune specie alberate rispetto ad altre, su quale base poi vai a capire: perché un abete dovrebbe valere più di un gelso o viceversa?
Nella vecchiaia potremmo fantasticare su come saremmo nei decenni successivi, sulle forme che prenderemmo, sui frutti che potremmo dare, sulla sensazione che potremmo provare nel perdere in autunno le foglie (si, non ha senso, ma siamo esseri ottimisti che pensano di poter continuare a provare sensazioni umane anche da alberi).
Sarebbe una seconda chance per chiunque, si potrà essere stati pessime persone o individui sfortunati ma comunque diventare alberi maestosi o piante rigogliose e piene di vita.
E i cimiteri non sarebbero più quei luoghi dove andare a mettere il dolore sottovuoto per conservarlo più a lungo ed andare a consumarne un pezzo ogni tanto. Sarebbero spazi verdi, ricoperti di boscaglia varia e multiforme, un po’ come la folla che sciama variopinta nelle strade di un paese in festa. Sarebbero posti gradevoli dove andare a passeggiare o magari a leggere un libro all’ombra dell’albero che era stato tuo nonno e stupirsi piacevolmente del nido che una ghiandaia ha costruito tra i rami di quel tuo caro amico che non c’è più. Se potessimo concludere la breve esperienza umana che ci è toccata in sorte con questa specie di parto vegetale dalla pancia ciascuno lascerebbe in eredità al mondo un pezzo di condivisibile ed incondizionata bellezza.