VIA PIMENTEL

Breve storia di una strada e di una pasionaria

Sono nato in via Pimentel a Spinoso, un paese dell’Appennino Lucano. In casa, come era prassi una volta, per mano di una levatrice. Per anni non mi sono chiesto chi fosse “Pimentel”. E mai nessuno me lo ha domandato. In genere non si presta molta attenzione ai personaggi a cui sono intitolate le strade. Soprattutto se recano soltanto il nome, senza alcun riferimento.

Poi arriva il momento della curiosità e inizi a indagare.

L’altro giorno, passeggiando con Zero, il mio lupo grigione, mi sono inerpicato lungo la direttrice che collega il Fosso dei Lupi (Mbera a Terra) con la Piazza principale (A croce, Ncapa a Terra) e mi sono fermato in via Eleonora Pimentel, sotto la veranda della camera dei miei genitori dove venni alla luce lo stesso giorno in cui venne abbattuto l’ultimo diaframma del tunnel sotto il Monte Bianco.

Complice una lama di sole, ho scattato un paio di foto.

E mi sono chiesto: Quante persone conoscono la storia di Eleonora de Fonseca Pimentel?

La toponomastica, come la Storia, è maschilista. E Spinoso non fa eccezione. Quando qualche anno fa mi interessai all’argomento scoprii che solo una strada, nel mio paese di 1.500 anime, era stata dedicata a una donna. Appunto via Pimentel.

Leonor, italianizzata in Eleonora, era una nobildonna di origini portoghesi che venne impiccata il 20 agosto del 1799 in Piazza Mercato a Napoli. E che prima di salire sul patibolo chiese come ultimo desiderio un caffè. Per la verità aveva chiesto al boia, Tommaso Paradiso, che si usasse nei suoi riguardi anche una piccola cortesia, essendo nobile: morire per decapitazione sotto la sua mannaia. Ma il boia di Monteforte, noto per il suo proverbiale sadismo, disse no. In fondo era una straniera.

Non le furono neanche fornite delle culottes o una fune per chiudere la gonna ed evitare che le sue gambe fossero esposte al pubblico ludibrio, penzolando dalla forca, come un lazzaro di infimo rango.

Mentre il boia le infilava il cappio, non abbassò lo sguardò, né pianse. Urlò, invece, una frase in latino che il popolo analfabeta e ululante, in delirio per lo spettacolo, ovviamente non capì.

Anche in quel tragico momento, Eleonora Fonseca Pimentel non abdicò alla ragione. E citando Virgilio, per bocca di Enea ammonì la piazza gremita fino all’inverosimile: “Forsan et haec olim meminisse iuvabit”. Forse un giorno la memoria di questi avvenimenti ci gioverà.

Eleonora aveva 47 anni. E quel popolo, che per mesi aveva cercato di convertire alla causa giacobina, parlando di libertà, uguaglianza e fraternità, dalle colonne del suo giornale, il «Monitore», organo di stampa di quella Repubblica che ebbe vita effimera, adesso sghignazzava sguaiato, fremendo nell’attesa. A lei dedicò persino una macabra satira, mentre il suo cadavere dondolava: “Addò è gghiuta ’onna Lionora che cantava ’ncopp’o triato mo abballa mmiez’o Mercato. Viva ’o papa santo ch’ha mannato ’e cannuncine pe’ caccià li giacubine. Viva ’a forca ’e Mastu Donato! Sant’Antonio sia priato”.

Poetessa, intellettuale, giornalista, rivoluzionaria e repubblicana. Con i suoi quarti di nobiltà, avrebbe potuto avere una vita agiata al riparo dei privilegi dell’Ancien regime, ma Eleonora rinunciò al “de” nobiliare per coerenza ideologica, avendo sposato quelle idee dell’Illuminismo, che avevano entusiasmato studenti e intellettuali napoletani sul finire del Settecento.

Un personaggio straordinariamente affascinante. Chi mai a Spinoso avrà avuto l’idea di dedicarle una strada? E quando?

In Italia non sono molte le strade che omaggiano questa eroina della Rivoluzione Partenopea del 1799. Dei protagonisti di quell’illusione, la toponomastica paesana non cita nessun altro. Neanche Mario Pagano, il filosofo e giurista di Brienza che scrisse la Costituzione della Repubblica e che morì nell’autunno dello stesso anno, dopo qualche mese di reclusione nella “Fossa del coccodrillo”, la prigione buia e malsana di Castel Sant’Elmo.

Rovistando nella biografia di Eleonora Fonseca Pimentel, che era nata in via Ripetta, dietro Piazza del Popolo, il 13 gennaio 1752, scopriamo che, ancora bambina, la sua famiglia fuggì da Roma a Napoli, dopo la rottura dei rapporti diplomatici tra lo Stato Pontificio e il Portogallo.

Precoce e assetata di sapere, imparò subito, grazie a uno zio abate, il latino e il greco. Approfondì gli studi letterari e iniziò a comporre versi che inviò al grande Pietro Metastasio, che non mancò, nello scambio epistolare, di manifestarle la sua ammirazione per il talento poetico.

Sebbene giovanissima venne accolta in due accademie, quella dei Filaleti e quella dell’Arcadia. All’età di 16 anni scrisse un epitalamio per le nozze del sovrano Ferdinando IV con Maria Carolina d’Austria.

Per i suoi meriti letterari venne ricevuta a Corte e le venne erogato un sussidio come bibliotecaria della regina. Aveva solo 24 anni.

Ma Eleonora era onnivora, la passione letteraria non le bastava. Iniziò a coltivare anche la storia e la politica, iniziando a frequentare i salotti di Gaetano Filangieri. Si lasciò affascinare dagli illuministi francesi e quando nel 1776 inviò a Voltaire un sonetto, l’autore del Trattato sulla tolleranza le rispose inviandole un proprio componimento.

Furono anni formidabili per la vulcanica nobildonna: pubblicò Il trionfo della virtù, in omaggio alla monarchia borbonica; entrò nell’Accademia Reale di Scienze e Belle lettere; partecipò ai salotti letterari e massonici.

Ma se la fama e la cultura si dimostrarono prodighe di gioie e gratificazioni, non fu affatto fortunata in amore. Sposata nel 1778 a un maturo tenente dell’esercito, Pasquale Tria de Solis, il profondo amore non bastò a salvarla dalla violenza di un marito rozzo e fedifrago, che le causarono, dopo la morte del primo figlio all’età di 8 mesi, due aborti. Invano il padre cercò nel 1784 di ottenere il divorzio per la sventurata figliola. Nel 1785, morto il padre, Eleonora chiese un sussidio al Re, per le sue difficoltà economiche. Le verrà erogata una pensione di 12 ducati al mese.

La conversione di Eleonora alla causa repubblicana avvenne nel periodo che coincise con lo scoppio della Rivoluzione Francese. E quando arrivò nel porto di Napoli nel dicembre del 1792 la flotta francese per il riconoscimento della Repubblica, lei risultò essere ospite dell’ammiraglio Treville.

La regina Maria Carolina d’Asburgo, che fino ad allora era stata fautrice del dispotismo illuminato, si sentì tradita da Eleonora e dai circoli culturali che aveva cercato di promuovere per realizzare nel regno una monarchia più moderna. Quei circoli ora parlavano apertamente di Repubblica.

Nel 1794, il nome di Eleonora fu iscritto “tra i rei di Stato” nei registri della polizia borbonica.

La regina era furibonda, anche perché qualche mese prima (17 ottobre del 1793), la testa di sua sorella, Maria Antonietta d’Asburgo moglie del re Luigi XVI, era rotolata nel cesto, tagliata dalla lama obliqua dell’illuministico strumento di morte.

Nell’ondata repressiva con cui decise di vendicarsi della sorella, fece bruciare i libri di Filangeri, vietò le riunioni intellettuali, arrestò i sospetti giacobini e mandò al patibolo Vincenzo Vitaliani, 22 anni, Emanuele De Deo, 20 anni, Vincenzo Galiani, 19 anni, e decine di altri nelle fosse penali.

Eleonora nel 1797 perse il sussidio e l’anno successivo fu arrestata con l’accusa di giacobinismo. Liberata dalla rivolta dei lazzari, nel gennaio del 1799, vestita da maschio partecipò alla conquista di Castel Sant’Elmo, per favorire l’arrivo dei francesi, e alla proclamazione della Repubblica il 22 gennaio.

Il 2 febbraio firmò, da direttrice, il primo numero del periodico bisettimanale il “Monitore”, diventando di fatto la prima giornalista politica italiana.

Fu protagonista della vita politica della Repubblica e non mancò di censurare gli eccessi dei francesi. Ma a giugno la repubblica cadde e venne restaurata la Monarchia.

Arrestata venne portata su una delle navi nel Golfo di Napoli in attesa delle sentenze. Furono stilate due liste in base alla gravità dei reati. Non si sa in quale lista fu collocata. Di certo aveva firmato “L’obbliganza penes acta”, con cui il re faceva salva la vita se si ammetteva la colpevolezza e se volontariamente si andava in esilio ad vitam.

Mentre le navi stavano per salpare… Eleonora venne fatta sbarcare. Troppo ingombrante la sua figura. Troppo grande la sua responsabilità. Per quanto donna non poteva scampare all’ira dei sovrani e al giudizio dei vincitori.

Venne processata il 17 agosto e condannata a morte.

Eleonora venne impiccata dopo tre giorni.

Con grande coraggio osservò i suoi compagni, di avventura e di illusione, morire per mano del boia. Vide penzolare dalla forca il vescovo di Vico Equense, Michele Natale, i banchieri Domenico e Antonio Piatti, Vincenzo Lupo, presidente del tribunale militare, Giuliano Colonna, principe di Aliano.

Lei doveva morire per ultima. Il boia era ben consapevole che la morte di una gentildonna, di una nobile, sul patibolo, era motivo di forte richiamo. Esigenze di spettacolo.

Forse fece una smorfia di dolore, quando dovette assistere alla morte di Gennaro Serra duca di Cassano, vicecomandante della guardia. Sebbene fosse di 22 anni più giovane di lei, Eleonora gli era molto legata, ricambiata. Una consolazione per lei, che era stata sposata a un ufficiale violento.

Quindi toccò a lei, Eleonora Fonseca Pimentel.

Sono davanti alle due mattonelle in ceramica che recano il suo nome. Due cartelli stradali (un divieto che segnala un restringimento e una freccia) le fanno ombra. Ma non importa.

Sono passati 221 anni dalla sua morte. E la toponomastica di una stradina secondaria del centro storico di un piccolo comune dell’Appennino lucano, “fa memoria”, “fa storia”, “fa resistenza”, sulla facciata di una casa abbandonata. Lo apprezzo.

Donna Eleonora è lì a ricordarmi che “Forse un giorno la memoria di questi avvenimenti ci gioverà”.

Le vorrei dire che quel “forse” si può togliere. Che siamo una Repubblica, forse anche sgangherata e con qualche problema. Ma una Repubblica, come quella per cui lei ha lottato e per la quale ha perso la vita. Ma non inutilmente.

Il suo nome è lì. Discretamente. Ha sfidato il tempo. E tanto basta. Eleonora Fonseca Pimentel, in silenzio, dall’oltretomba, mi ricorda i valori per cui ha lottato e che sono i valori in cui credo, con fierezza.

In un celebre quadro “La libertà che guida il popolo” il pittore Eugène Delacroix immortalò la Marianne che a seno nudo capeggiava il popolo di Parigi durante la Rivoluzione francese.

Eleonora Fonseca Pimentel è la Marianne napoletana, che pur non napoletana, ha lottato ed è morta per ideali altissimi. Per una città non sua. Un modello. Un esempio. Ancora oggi.

Sono nato in Via Pimentel e ne sono orgoglioso.

“Forse un giorno”, per me è oggi.

Zero mi guarda stranito. Chissà da quanto tempo sono fermo lì. Forse si starà chiedendo cosa guardo su quel muro. Forse il palo della segnaletica. Piacciono anche a lui. Mi strattona.

“Andiamo in piazza!”.

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