L’Hydria di Metaponto

Come si fa a non subire il fascino dell’archeologia? Come si fa a non pensare di calpestare il tempo che ci ha preceduto, fatto di templi, tombe, strade, e che un gigantesco Caterpillar ha nascosto pazientemente seppellendoli sotto il nostro cammino?

Non è l’effetto suggestivo e infantile di Indiana Jones dove l’avventura fa rima con tesoro. Prevale in verità quella necessità ancestrale, legata al nostro status di sapiens sapiens perennemente insoddisfatti, di essere dei “crononauti”, dei viaggiatori temporali.

“Sotto ogni pietra  ̶  diceva e dice un poeta a me caro  ̶  ha l’inferno il suo ombelico”. Ogni pietra può nascondere la porta di un mondo ctonio, popolato di fantasmi, che hanno amato, sofferto, lottato, lavorato. Vissuto.

Entrare in un museo archeologico è un po’ come oltrepassare il confine tra la vita e la morte. Andare a trovare antichi famigliari.

Io avverto il brivido dell’incontro, sento gli aculei sottili che mi ricordano la precarietà e la rapidità di ogni esistenza. Di quella morta stagione, dei cari trapassati e, ovviamente, per effetto domino, della mia.

E allora quando varco la soglia di un museo archeologico evito di visitarlo tutto, di memorizzare ogni oggetto, ogni didascalia, ogni pannello. Il frullato informativo mi manda sempre in confusione. Quando è capitato sono stato tramortito dalla mia incontinenza memoriale, della quantità di nozioni che non riuscivo a trattenere. La sensazione, sgradevole, era di non avere dato ad ogni singolo oggetto la giusta e meritata attenzione. Se in fondo un reperto ha viaggiato per migliaia di anni per essere qui davanti ai miei occhi, in un preciso istante della mia vita, non posso certo licenziarlo con un’occhiata fugace e saccente.

Allora ne scelgo uno, quello che mi colpisce, che mi attrae: una fibula, un corredo, una spada o un utensìle. E lo guardo con tutta la cura possibile.

E al Museo Archeologico di Metaponto mi sono “incantato” davanti a una hydra. Quella che vedete in foto. Alta 50 cm e larga 30, con due anse simmetriche e laterali, e una sul collo, verticale, per la mescita. Pancia ovoidale, che ben si presta all’arte dei ceramografi, collo alto e stretto, bocca con ampio labbro.

Uno splendido esemplare, costruito nel IV secolo a. C., per conservare il liquido più prezioso dell’umanità, l’acqua. Quanta abilità nelle mani del maestro vasaio che lo ha plasmato e del pittore che lo ha dipinto (in questo caso probabilmente lo stesso artista)!

Un prezioso oggetto della quotidianità, sicuramente adoperato e conservato con rispetto, ma la proprietaria (era un attrezzo “femminile”) di certo non immaginava il lungo viaggio che lo avrebbe portato al mio cospetto.

È un vaso a figure rosse, policromo con vernice nera e lucida, e abbondanti suddipinture bianche e gialle, attribuito al pittore di Baltimora, il caposcuola degli artisti di Canosa della fine del IV secolo. Un pittore assai prolifico, di grande importanza per l’influenza magno-greca che esercitò sui suoi seguaci e sugli ultimi artisti apuli. Caratteristico della sua produzione è l’amore per i vasi di grandi dimensioni con una decorazione complessa, per i volti disposti frontalmente o di tre quarti, come in questo caso, per i panneggi marcati e le composizioni affollate.

Di certo è stata proprio la cromatica e squisita scena centrale che mi ha incuriosito, prima ancora che cogliessi i dettagli. In genere la fascinazione arriva prima della logica. Che solo successivamente si mette al lavoro per razionalizzare l’istinto. In questo caso la modernità della composizione scenografica ha sicuramente fatto la propria parte: un po’ gusto neoclassico, un po’ liberty.

Le tre figure centrali sono incorniciate da un tempio, o baldacchino (naìskos), e le tre teste formano un triangolo capovolto, forse omaggio diretto o indiretto a Pitagora, matematico odiatore di fave, attivo con la sua scuola a Metaponto un secolo prima.

I due soggetti laterali, due donne incastonano una figura più piccola, un Eros riccioluto, nudo, che in posizione plastica offre una colomba, uccello caro ad Afrodite, alla nobildonna seduta su un elegante scranno mentre con una mano si ripara dal sole con un raffinato parasole. L’abito è trasparente e lascia intravedere seno e ombelico.

La didascalia del museo parla di scena quotidiana, ma non lo è. Eros, il dio dell’amore non si aggira impunemente nelle case di chiunque. E non offre sotto forma di innocente pennuto la grazia dell’innamoramento. La donna, sulla sinistra, non sembra un’ancella (forse è la madre) e regge un contenitore vuoto, come se da poco avesse sollevato il coperchio. Forse il dono di Eros, la colomba, arriva sotto forma di sorpresa, tant’è che lo sguardo della donna è rivolto alla donna (più costumata, ma con un’acconciatura molto simile) e alla scatola. All’esterno del tempietto, alcune ancelle recano contenitori e doni. La presenza di elementi floreali e geometrici ne completano il disegno e l’equilibrio estetico

L’hydria ha fatto sicuramente parte di un corredo nuziale, non si è mai separata dalla sua proprietaria, e persino alla sua morte l’ha accompagnata nella tomba… fino a noi. Fino a me. Hic et nunc.

Condividi