POTERE DEL CAMALEONTE, VIENI A ME!

Ho un’amica che, a torto, si sminuisce sempre. Sa fare un sacco di cose (disegna, costruisce, trucca) ma soprattutto ha una spiccata propensione al ragionamento analitico, e non è da tutti. La conosco abbastanza da sapere che, riconoscendosi in queste quattro righe, si arrabbierà molto ma sono disposta a correre il rischio. Ho ricevuto da lei in dono due dei libri più belli che ho letto finora (e io leggo molto!) entrambi di Kundera.

Leggere Kundera a Istanbul fa uno strano effetto: nelle sue parole leggo l’attualizzarsi della mia condizione di italiana all’estero o come dice la gente che conta, di expat. Due teste, due identità, due di tutto. É la metamorfosi di chi associa dentro di sé due mondi e tenta il faticoso azzeramento dello scarto nel passaggio da uno all’altro. All’inizio il cambiamento fa rumore: è come un meccanismo poco oliato, si inceppano i gesti e tutto è scoordinato. La gente che ti guarda, non capisce, ti vede come una cosa difettata.

D’inverno accendo i termosifoni per due ore la mattina e due la sera ma la casa rimane umida. Il tecnico della caldaia mi spiega che la uso male, al minimo dice ma senza mai spegnerla. E come faccio quando apro le finestre? Ripete con pazienza: senza mai spegnerla. Penso alle straniere dell’Est che accudiscono gli anziani in Italia, nei mercati la gente se ne lamenta: la caldaia accesa e le finestre aperte! Mi viene in mente adesso che forse stavano solo facendo del loro meglio, stavano facendo come sapevano. Quindi nelle parole del tecnico c’era un insegnamento: fare come sanno gli altri è un’arte, l’arte del camaleonte, perché la maggioranza delle persone di un dato posto non senta lo sforzo che c’è dietro ad ogni gesto.

Mi viene in mente un’altra situazione: in una soffitta cuociono il pane su una specie di scudo di metallo basso (foto), sono seduti su sgabellini di trenta centimetri e chiacchierano. La stanza è invasa dal fumo, li vedo attraverso la coltre, non so che fare, penso che siano pazzi ma devo andare a salutarli, sono parenti. Cammino verso di loro ma sto per soffocare.

Devi abbassarti, perché non ti abbassi? Un’occhiata a mio marito: dille di abbassarsi! E poi di nuovo l’attenzione è su di me: non vedi che siamo tutti a terra? Se ti abbassi l’aria è pulita.

L’adattamento quindi, è una cosa che passa per il dubbio, per l’incertezza; ma essere un camaleonte, per quanto ci si sforzi, è una cosa che non si impara, è una cosa che a un certo punto accade.

Un turco, per dire che di qualcosa ne ha le scatole piene, pizzica la propria maglietta all’altezza delle scapole come se gli stesse incollata addosso. Io, che osservo, penso a dove agganciarmi laddove indosso un abito diverso (alla bretella di un costume, forse?) La risposta è che: non lo so, forse a niente, forse vale solo il gesto. Questo mi provoca un turbamento: mi sento un passo indietro. A questo punto potrei usare quel poco di inglese che conosco ma sarebbe un gesto scortese, perché so che i miei interlocutori non lo capiscono. Lo userei come uno strumento escludente, per dirgli che io ne so di più. Non l’ho mai fatto, ho atrofizzato il mio inglese. Ho iniziato in Francia, ho continuato in Turchia.

All’impiegata che prese in carico la mia richiesta di permesso di soggiorno nel 2016, feci antipatia. Mi mostrai positiva nel porgerle le carte ma lei disse che sembravo furba, c’era qualcosa che non la convinceva. Il nostro capo è stato in Italia, disse, che decida lui se rimani o no, parla italiano, forse ti capisce. Disse così: forse ti capisce. Nel senso di forse lui ti decifra. Quindi andai al secondo piano, dal capo. A lui feci simpatia: aveva nostalgia dell’Italia e mi chiese se a Maranello costruissero ancora Ferrari. Dissi che le provavano anche fuori dai circuiti, per strada, ma lo sapevo solo perché mio cugino ci aveva lavorato qualche mese. Sembrava che questa informazione lo avesse convinto, perché era una specie di indiscrezione che conoscevamo entrambi. Era un legame. Potevo restare, scrisse su un pizzino di carta bir yıl, un anno, e mi rispedì dall’impiegata al piano terra.

Oggi penso che io abbia sbagliato qualcosa nel sorriderle, forse chi chiede un visto deve andare tremando.

Quando passi da un posto all’altro ad un certo punto perdi i termini di paragone e tutto, ogni gesto, ogni approccio diventa solo una possibilità tra tante come la valigetta di Doc in ‘Ritorno al Futuro’, una collezione di banconote per tutte le evenienze.

Ci sono tre parole in turco per dire nostalgia: Nostalji, un prestito dal francese. Özlem, mancanza. E poi c’è Hasret, che è una parola araba e significa struggimento. Ogni giorno hasret kalıyorum, mi struggo per quello che ho in Italia e per quello che ho qui, come se tutto questo vissuto fosse una duna nel deserto, che cambia forma al variare del vento.

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