La toponomastica al tempo del gps

In genere si scrive quello che frulla per la testa e poi si cerca un buon titolo, che sintetizzi il contenuto. Oppure, come nel caso di questa rubrica, si parte da un’immagine per poi scrivere una didascalia, più o meno lunga. In questo caso ho scaricato da internet una fotografia che è stata scattata a Ragusa. Per riflettere a voce alta sulla toponomastica al tempo del gps.

Google maps ha trasformato in poco tempo le nostre abitudini e soprattutto i nostri spostamenti. Nell’altro millennio, quando si partiva in auto per una nuova meta, occorreva studiare il percorso, munendosi di mappe geografiche, vere e proprie fisarmoniche da ripiegare con cura, ognuna delle quali, se lo stradario era nazionale, ritagliava una fetta dello spazio italico. La guida doveva essere particolarmente attenta alla segnaletica. Fondamentale per gli svincoli. Per non sbagliare. Per non perdersi. Un’avventura nell’avventura a volte.

Anche per i nostri piccoli e frantumati paesi di collina, spesso difficili da raggiungere, le indicazioni stradali erano preziose. La cura delle informazioni indispensabili all’orientamento degli automobilisti richiedeva costanza e competenza, per i Comuni, le Province e i gestori importanti come l’Anas.

Ma è sulla segnaletica comunale e sulla toponomastica che intendo soffermarmi, anche perché con l’avvento della bussola digitale, i nostri comportamenti sono stati modificati radicalmente. Per andare dove dobbiamo andare, direbbe Totò, non solleviamo più gli occhi per guardare le targhe scavate nei muri dei centri storici o i cartelli bullonati sui pali, Neanche il civico ci interessa più, tanto c’è una vocina metallica che ci fa svoltare a destra o a sinistra. E ci intima che la destinazione è stata raggiunta.

Ci siamo tolti il fastidio di consultare cartine, di osservare incroci, di memorizzare punti di riferimento o di chiedere, abbassando il finestrino, l’informazione all’indigeno del posto. Con un gran risparmio di tempo. Innegabile.

Teoricamente e praticamente potremmo rimuovere segnali, insegne, targhe, numerazione civica dai nostri centri storici, restituendo bellezza ai paesaggi urbani. In fondo, ciò che interessa, per la gran parte della popolazione, è che il postino o il corriere, con il loro palmare, ci trovi per portarci il pacco ordinato su Amazon o Zalando. Ciò che conta è trovare chi o cosa cerchiamo, un ufficio, una vineria, un Archivio di Stato o un amico che non vedevamo dai tempi del liceo. Trovare ed essere trovati. Siamo punti viventi nello spazio. Siamo la carne della nostra latitudine e longitudine. Che portiamo a passeggio nel nostro spazio. Nella nostra geografia. Stelle polari di noi stessi.

Eppure… quando mi reco in un posto che non conosco, e come tutti utilizzo Google maps, due sono le cose che osservo. Quello che si chiama decoro urbano, ossia la pulizia e l’attenzione con cui sono manutenuti gli spazi pubblici e la cura per la cartellonistica e la toponomastica. Sorvolo, in questo frangente, sul primo aspetto, sul decoro.

La segnaletica all’interno di un comune, piccolo o grande che sia, può riguardare la toponomastica, le indicazioni stradali, quelle turistiche, quelle commerciali. Da un po’ di tempo, nella mia Regione, e non solo, ho avuto la netta percezione di un aumento del disordine urbano, di un’incuria crescente, di un fastidioso caos percettivo. Uguale a quello che provoca la fotografia scattata a Ragusa.

Sempre più spesso il cartello che è invecchiato o rovinato, perché logoro o vandalizzato, non viene sostituito. Coloro che hanno un’attività commerciale e vogliono indicarla al turista, a volte, senza richiedere permessi, senza verificare se vi sia un regolamento comunale, commissionano insegne che vanno ad aggiungere arbitrariamente a pali già esistenti, per cui trovi sullo stesso palo, in una insalata mista, disordinata e disorientante, l’indicazione per un caseificio, il Duomo, via Armstrong e lo studio del geometra Rossi. Per non dire del discutibile gusto. Un libertinaggio assoluto che non tiene conto di format, di tipologie, di colori, di materiali. Parliamo di bellezza, ma coltiviamo il brutto.

Ad essere soffocata dalla segnaletica selvaggia è proprio la toponomastica. Ossia l’insieme dei nomi che una collettività, nel tempo, ha deciso di attribuire a piazze, slarghi, vie, vicoli ecc. Un incredibile reticolo di nomi di donne (poche) e uomini (troppi) illustri, frutto di una scelta consapevole, che portiamo sui nostri documenti, ma soprattutto nella nostra memoria, dove i nomi dei luoghi sono le preziose bandierine rosse della nostra vita. Ad una toponomastica fisica, catastale, corrisponde sempre una toponomastica interiore, fatta di ricordi, affetti ed emozioni.

Per cui la toponomastica, e la sua cura, non sono solo un bel biglietto da visita per il viaggiatore e per il turista, a cui diciamo che amiamo la nostra terra, il nostro grumo, piccolo o grande che sia, di case, ma rappresenta, anche, una straordinaria possibilità di narrazione. Con cui raccontiamo agli altri, e a noi stessi, chi siamo, e qual è la nostra storia. La nostra identità.

La toponomastica è un monumento alla micro e alla macrostoria dei nostri comuni. Nei vicoli, negli slarghi, nelle piazze, nei corsi, abbiamo incardinato le biografie (veri e propri cenotafi) di centinaia-migliaia di uomini e donne di cui abbiamo deciso di “memorizzare” i nomi, issandoli su pali o stampandoli su muri, per farli rinascere (senza accorgercene, il più delle volte) ogni qualvolta tiriamo fuori una carta di identità o comunichiamo a qualcuno dove abitiamo per venirci a trovare. O quando ricordiamo un frammento del nostro vissuto consumato lì, proprio in quella strada dal nome strano.

Ed è sempre grande il rammarico quando chiedo ai miei studenti di scuola superiore dove abitano. In che via? In che piazza? E quando mi dicono Via Scotellaro, Via Morra, Via Lincoln, Via Marconi… io domando sempre: chi sono?

E loro, imbarazzati, mi guardano basiti come se avessi chiesto la parafrasi dei 295 endecasillabi sciolti dei Sepolcri di Ugo Foscolo. Eppure, dico loro, è da quando siete nati che tirate fuori il vostro indirizzo con questo nome, per fare un abbonamento, per compilare una domanda, per fare un’iscrizione. Non lo sanno.

Poi mi rendo conto che non hanno colpa. Sempre più spesso sono circondati da targhe scrostate e rovinate, piegate e sbiadite. Avare di informazioni. Come può nascere la curiosità?

È un magistrato, uno storico locale, un poeta, un rivoluzionario o un inventore? Quando è vissuto? Quando è nato? Quando è morto?

Per non parlare dei nuovi cartelli, orribili. Tutti in minuscolo. Il nome puntato. E non uno straccio di informazione aggiuntiva. Un esempio inglorioso: via r. l. montalcini.

Non sarebbe più corretta e rispettosa una targa che dica a chi passa che quella strada “vuole” ricordare, in quel giorno e per gli anni a venire, una persona straordinaria come:

Rita Levi Montalcini

Scienziata e premio Nobel per la medicina

Torino 1909 – Roma 2012

Ogni via, ogni piazza, una piccola lezione di storia.

L’amore per la propria identità parte dal rispetto che si ha per la toponomastica, per il nome dei luoghi che quotidianamente viviamo e che ci raccontano.

Ricordo sempre ai miei studenti che negli Stati Uniti, che non hanno la nostra storia, si ricorre ai numeri per indicare le strade. Una tristezza infinita. E qualcosa di simile accade in Giappone, dove i terremoti hanno distrutto il loro passato. E per recapitare una lettera o un pacco i corrieri ricorrono all’anno di costruzione dei palazzi.

Si parla quotidianamente di turismo, di economia, di promozione, di consapevolezza, di rispetto per il proprio territorio.

Ecco, io inizierei dalla segnaletica e dalla toponomastica.

La più piccola delle rivoluzioni.

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