Parafrasando Aristotele, sono tentato di affermare che ciò che corrisponde alla parola “Terra” è un qualcosa che si declina in molti modi (pollachòs legòmenon). Innanzitutto è una massa intrappolata gravitazionalmente intorno a una stella. E, se fosse solo questo, se ne infischierebbe dei cicli di undici anni delle macchie solari, delle eruzioni vulcaniche, degli impatti con qualche meteoroide vagante e delle anomalie dinamiche dell’asse di rotazione. Ma è anche altro. Ovvero ciò che ci riguarda, e che è contenuto in uno spessore tale che se l’intero pianeta avesse le dimensioni di una pesca, si ridurrebbe alla sua buccia. Quel “velo” rappresenta l’anima della “palla” fatta di metalli e rocce e le dà un senso. Parliamo di anima e la cerchiamo in altri mondi, ma essa è già qui, presente e attiva, e ha il nome di “complessità”.
Nel 1979, il chimico britannico James Lovelock propose la cosiddetta “ipotesi di Gaia”: la vita sulla terra ha innescato una serie di feedback virtuosi con la troposfera, l’idrosfera e la litosfera (termini introdotti nel 1926 da Vladimir Vernadskij, assieme al concetto di “sistema biosfera”) tali da riuscire a preservare le condizioni ottimali a che l’Eden terrestre potesse perpetuarsi. Vernadskij coniò anche il neologismo “antroposfera”, per riferirsi alla specie umana, e non poteva sapere che, di lì a pochi decenni, sarebbe stata proprio quella antroposfera a dare un duro colpo all’equilibrio che l’evoluzione aveva impiegato milioni di anni a costruire. Infatti, il processo di industrializzazione selvaggia, andata avanti a ritmo esponenziale, e l’invenzione di materiali non biodegradabili hanno provocato una “biforcazione” (si dice così, nella fisica dei sistemi complessi) che sta portando Gaia all’autodistruzione: da una parte sono emersi feefback perversi (per esempio, l’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera fa aumentare l’effetto serra, a causa del quale aumenta la concentrazione di vapor acqueo, che a sua volta favorisce la ritenzione del calore nel nostro habitat); la plastica, d’altro canto, si insinua nella catena alimentare provocando ulteriori danni irreparabili.
Ci siamo lasciati prendere dall’ingordigia (era una virtù, ventimila-cinquantamila anni fa, quando si viveva “alla giornata”, poi è diventato un un vizio). I calcoli sono semplici e si fanno con la fisica dell’Ottocento (leggi di Wien, di Kirchhoff e di Stefan-Boltzmann). Sono riportati nella bibbia della Climatologia: “The Phisics of Climate”, di José P. Peixoto, pubblicato nel 1992): mediamente ogni metro quadro di superficie terrestre riceve una quantità di energia pari a 235 joule al secondo (watt) distribuita attorno a un picco di frequenza di 400nm, e la restituisce, dopo averla degradata (allo scopo di mantenere bassa l’entropia), in forma di radiazione infrarossa fra i 70 e i 200nm (calore). Si tratta del cosiddetto bilancio termico, il cui motore di conversione principale è la fotosintesi clorofilliana. Ogni hanno, per ogni metro quadrato di superficie arrivano 2059 kwh, E tuttavia, se non fosse per la presenza naturale di vapor acqueo e di CO2 nell’aria (che fungono da “serra”, appunto) la temperatura media sul pianeta sarebbe di -18°C, sfavorevole per la vita così come la conosciamo. Noi, nel breve lasso di pochi decenni, che corrispondono a una frazione insignificante di tempo, se paragonati ai tempi geologici, abbiamo compromesso l’equilibrio. Anche se cambiassimo radicalmente direzione oggi, il futuro che attende le prossima generazione è irreversibile e disastroso (scioglimento del ghiaccio ai poli, conseguente aumento del livello delle acque, inasprimento degli eventi metereologici estremi – tutti fenomeni che, in parte, stiamo già sperimentando). Se continuassimo di questo passo, invece, la fine, quantomeno per noi umani, sarebbe certa. Non a caso i Governi di tutto il mondo (chi più chi meno) si stanno mobilitando. Ma nin è affatto facile, tornare indietro.
Guardo il cielo nuvoloso, stasera, e penso alla lenta agonia di Gaia nell’era dell’Antropocene.