Il mondo dei videogiochi, oggi, può contare su macchine potenti e una grafica iperrealistica. Sullo schermo assistiamo a un tripudio di effetti, giochi di luce, dettagli accurati. Diventa sempre più difficile distinguere la finzione dalla realtà.
La grafica pixellosa degli anni Novanta è ormai un ricordo lontano. Ma in quel periodo, anche se i mezzi a disposizione erano pochi, hanno visto la luce vere e proprie perle, entrate a far parte della storia dei videogiochi.
Nello sconfinato panorama videoludico, un posto di rilievo è occupato da un genere che all’epoca seppe conquistare i cuori dei videogiocatori: le avventure grafiche, dette anche punta e clicca.
Nessuna azione frenetica. I riflessi non servivano a tirarti fuori d’impaccio. Si procedeva in modo pacato e riflessivo. Si utilizzava il mouse per interagire con l’ambiente. Si seguivano con attenzione i dialoghi, all’inizio solo testuali, poi nell’evoluzione del genere, diventati vocali, per carpire l’indizio che poteva dare una svolta all’avventura e per godersi lo sviluppo della trama. Si raccoglievano, lungo la via, degli oggetti e si doveva capire quando utilizzarli. Cosa tutt’altro che scontata, perché le diaboliche menti degli ideatori creavano, di volta in volta, combinazioni improbabili.
Tra le case di produzione che hanno saputo dar vita a titoli, a volte a intere saghe, entrate ormai nel mito, fa da padrona la LucasArt (all’inizio denominata Lucasfilm Games). Fondata dallo stesso George Lucas di Indiana Jones e Star Wars, la LucasArt seppe donare un senso cinematografico a un mondo, quello dei videogiochi, che si nutriva per lo più di azione.
Ricordo ancora il mio primo incontro con l’universo delle avventure grafiche punta e clicca: Zak McKracken and the Alien Mindbenders. Il titolo roboante e il nome allitterante del protagonista anticipavano l’epicità di questo titolo ormai cult imprescindibile del genere.
La grafica era spoglia, ma efficace. Il protagonista dall’aria oblunga, un giornalista alla ricerca dello scoop della sua vita, si aggirava per lo schermo con legnosità. Tutto era bidimensionale. Ma la trama era degna di un colossal hollywoodiano: alieni, civiltà perdute, connessioni tra antico Egitto e Marte. Il tutto condito con un umorismo brillante e a tratti geniale. Non era un gioco per smanettatori folli. Non era necessario avere riflessi affinati. Serviva solo un buon intuito e la capacità di collegare elementi in modo bizzarro. Gli effetti sonori risultavano primitivi, per quanto il tema di apertura fosse lo stesso straordinario.
l genere dell’avventura grafica punta e clicca ebbe un grande successo. Furono numerosi i titoli prodotti, ma l’indiscusso campione è senza dubbio Monkey Island. Senza questa geniale trasposizione umoristica del mondo piratesco, probabilmente, l’intera saga di Pirati dei Caraibi non avrebbe visto la luce o sarebbe stata molto diversa. Lo stesso vale per il manga/anime One Piece. Umorismo e Jolly Roger hanno sempre saputo regalare belle soddisfazioni.
Guybrush Threepwood è un aspirante pirata. Per conquistare il titolo di bucaniere si troverà coinvolto in una serie di avventure surreali e incrocerà personaggi improbabili. Come per le altre avventure del genere, il protagonista dovrà servirsi di oggetti, spesso strampalati, per risolvere degli enigmi più o meno complessi. Il tutto condito da gag divertentissime. Tra gli oggetti che nessun giocatore di Monkey Island dimenticherà mai ricordiamo il pollo di gomma con una carrucola in mezzo. Il primo capitolo ebbe tre seguiti. Il secondo e il terzo hanno mantenuto la qualità su livelli alti; prodotti validi anche sotto il profilo tecnico, che introducono elementi di miglioramento grafico che nel terzo capitolo diventano davvero notevoli. Il quarto è già una produzione del duemila, con grafica poligonale e decisamente deludente. Esiste poi Tales of Monkey Island, del 2009, prodotto dalla Telltale Games in collaborazione con LucasArts, anche questo titolo è in grafica 3D. Questo capitolo ha diviso il pubblico tra chi ha visto un’eccessiva rottura con la tradizione della saga e chi ne ha apprezzato l’originalità.
In queste avventure, almeno in quelle della Lucas, il protagonista non può morire. Una novità rilevante in un universo come quello dei videogiochi in cui si era soliti tenere sott’occhio le “vite” rimaste. La preoccupazione non è più sopravvivere a tutti i costi, ma godersi la storia, l’ambiente, i personaggi, le battute e cercare, senza ansie, di risolvere le situazioni che il vengono prospettate di volta in volta. Non è un gioco per chi ha fretta di andare avanti. Capitava, a volte, di incagliarsi in arzigogoli che portavano via giorni e giorni di lambiccamenti. Il bello era anche questo. Non si andava di filato al traguardo, ma si conservava il gusto per l’esplorazione, la scoperta.
Sempre della LucasArt, merita una menzione il capolavoro di Grim Fandango. L’epoca del bidimensionale si avviava al tramonto e incontriamo un’avventura in grafica poligonale. Questo titolo è ambientato nel mondo dei morti, pensato secondo la concezione azteca. I defunti devono attraversare la Terra dei Morti per raggiungere l’ultima destinazione. Impiegati, dalle fattezze di scheletri stilizzati, si occupano di seguire le loro pratiche. Tra questi, il protagonista. In questa avventura i dialoghi sono recitati e le performance hanno un notevole spessore. La trama è ricca di colpi di scena e si respira un’atmosfera da noir d’epoca incantevole.
Tra i titoli storici del genere ricordiamo anche Loom, Lucasfilm Games, precedente denominazione della LucasArt. Il protagonista praticava la magia attraverso l’utilizzo delle note. Un titolo molto interessante e diverso dagli altri perché caratterizzato da un’atmosfera meno giocosa.
Cinema e videogiochi si fondono in Indiana Jones and the Fate of Atlantis, non è il primo gioco ad essere stato realizzato sul mondo dell’archeologo avventuriero più famoso del mondo, ma è l’unico a poter vantare una trama originale appositamente scritta.
Per completezza ricordiamo quello che è stato il capostipite e il primo gioiello del genere nella scuderia della Lucas: Maniac Mansion. Una parodia dei film horror con tanto di scienziato pazzo e mostri tentacolari. Umorismo e situazioni surreali fanno da padrone. Questo titolo ha avuto un seguito altrettanto fortunato, uscito molti anni dopo: Day of the Tentacle.
Le avventure punta e clicca sono state per tanti ragazzi un modo diverso per farsi raccontare storie e, al tempo stesso, viverle in prima persona. Coinvolgenti, divertenti e quindi vere, nel senso autentico del termine. Chiunque abbia incontrato Zack, Guybrush e Manny non li dimenticherà mai completamente, perché a loro modo, tra pixel e poligoni, sono stati dei fantastici compagni di viaggio.