Distanza … Ma che significa?

Se qualcuno ci dice che il posto X dista tot chilometri dal posto Y, non abbiamo alcun dubbio riguardo a cosa ciò significhi. Diamo per scontato che l’informazione non contenga ambiguità. E avremmo ragione, se vivessimo in uno spazio perfettamente piatto, dove sarebbe in ogni caso lecito utilizzare la metrica euclidea, quella in cui vale il teorema di Pitagora, per intenderci. Ma non è così, e ciò complica le cose, quantomeno a livello concettuale. I pensieri ossessivi nascono sempre da un interesse altrettanto ossessivo. Così, da quando Aurora si è trasferita a Torino per frequentare il Politecnico, un giorno mi sono ritrovato d’istinto a riflettere nei dettagli su qual è e cosa significa la “distanza” che ci separa. Noi terrestri viviamo su una superficie approssimativamente sferica. Dunque la geometria euclidea vale solo per piccoli spostamenti (in gergo si dice che è una proprietà locale). È per questo, anche, che le onde elettromagnetiche dei nostri apparecchi digitali hanno bisogno dei ripetitori; ed è anche la ragione per la quale le linee aeree dirette dall’Europa all’America decollano in direzione Nord. Pensando ad Aurora ho fatto qualche calcolo. Le coordinate geografiche della sua stanza (latitudine e longitudine) sono le seguenti: 45°3’26”N, 7°39’28”E. Le mie invece: 40°50’27”N, 16°1’23”E. Utilizzando le formule della trigonometria sferica, viene fuori che la distanza effettiva (non rettilinea) che ci separa è di 832,53 km: quasi uguale a quella percorsa dall’aereo, che impiega 1h40m per coprire il tragitto (a una velocità media di 500km/h). Il percorso stradale è evidentemente più lungo (987km) e, se tutto va bene, con un paio di soste brevi, ci vogliono  dieci ore per farlo in automobile. C’è una ulteriore possibilità, fantascientifica di fatto ma valida in linea di principio: scavare un tunnel da un punto all’altro del Pianeta. In questo caso la distanza (euclidea, finalmente) è di 828 km circa e il viaggio – lasciandosi scivolare su un binario, dunque a costo zero – durerebbe appena 42 minuti. (In un articolo di un paio di anni fa, scritto sempre per Totem Magazine, feci vedere che il tempo di percorrenza è indipendente dalla distanza, e che, ad esempio, resterebbe tale anche se si scavasse da qui all’Australia). Continuando a esagerare con la fantasia, potrei pensare al teletrasporto: in tal caso la velocità è quella della luce e il tempo impiegato appena tre centesimi di secondo: in un certo senso (molto più debole) ci teletrasportiamo durante le nostre videochiamate, e, in maniera ancora più ristretta, con le telefonate e gli sms. Ci sarebbe anche l’entanglement quantistico, come consolazione estrema, ma qui non prendetemi sul serio perché la fisica è una cosa troppo seria e non va strumentalizzata estendendo le sue leggi al di furi del loro campo di presumibile validità. Posso invece garantire con certezza che il miracolo, capace di annullare spazio e tempo, facendo loro perdere davvero ogni significato, lo compie il pensiero, soprattutto quando è supportato dalla potenza dell’amore.

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