Ho sempre avuto una teoria. Per oziare e lanciarsi da un divano all’altro c’è la giovinezza e per mettere il turbo, la vecchiaia. L’ho sempre legato ai pensieri. Si può oziare davvero solo a mente sgombra: una fortuna che la vita adulta non può permettersi. Scappare dai pensieri è un’arte, l’arte del non fermarsi, la maniera più riuscita di ricreare artificialmente le condizioni per oziare. Le città grandi in questo sono un balsamo, ti costringono ad una vita veloce e piena, ti sollecitano.
Oggi indosso la giacca nera di nonna Assunta. Mi sta bene, l’ha cucita negli anni Ottanta ma non ha le spalline. Mia nonna è sarta. Dico è anche se ci ha lasciati da qualche anno perché sento continuamente la sua voce. Mia nonna è famosa per il carattere brusco e per le alzatacce alle tre di notte, perché ha i pensieri. Una volta ha detto: se mi fermo mi viene in mente tuo nonno, quando è morto ho fatto tutti i capelli grigi.
Ho portato con me molte sue cose perché gli oggetti parlano e raccontano le storie di chi li ha posseduti ma penso di aver portato con me anche un paio di chili del suo carattere brusco e qualche etto di iperattivismo, perché è vero, se sei uno irrequieto, come lo sono io, l’unica medicina è sfiancare il corpo per addolcire la mente. Mi specchio nei vetri della metro. La giacca di nonna Assunta mi cade bene.
Passo molto tempo in metro, almeno tre ore. Ogni giorno. È un tempo mio che uso per leggere, rispondere alle mail, pensare. Fuori non posso guardare perché il mio treno non viaggia mai in superficie. La mattina la gente in metro è silenziosa, c’è un cartello in ogni vagone, dice: non dare noia agli altri, se parli a telefono, parla a bassa voce. Nei limiti dell’accettabile, una metro affollata mi piace perché sento il calore degli altri. La sera invece la regola del silenzio non vale più e la metro diventa un gran mercato, ognuno porta con sé i frutti della propria giornata, è pieno di aneddoti, sacchetti, fatica, le giacche sono sgualcite, gli zaini degli studenti riempiti disordinatamente; le schiscette del cibo, leggere.
Ogni giorno ho un sacco di tempo per oziare. La mia giornata inizia alle cinque e mezza. Preparo la colazione alla turca e mangio le uova alle sei del mattino. Viaggio, lavoro, riviaggio, faccio spese, vedo gli amici, cambio quartiere, faccio un giro sul tram, compro un dono per qualcuno, prendo il traghetto e cambio continente, leggo, fotografo, seguo il sole che si posta da una cupola all’altra delle moschee per poi scegliere uno spazio tra Santa Sofia e Sultanahmet per inabissarsi. Vado al mio secondo lavoro, prendo un çay in un bistrot, torno a casa che i mercati sbaraccano la mercanzia e svuotano le strade di quartiere, scambio due chiacchiere con un negoziante, sotto casa osservo le anziane spazzare le prime foglie d’autunno con una scopa di fascine, preparo la cena, ceno, esco di nuovo, guardo la tv, salgo in collina a godermi il mare infagottata in una coperta. Mi piace questa vita, perché è avvolta nella bellezza di una città eterna, piena di luci: sui marmi delle sue basiliche più antiche hanno camminato a migliaia e ognuno si è sentito unico, che cos’è se non una magia.
Mi dico che forse è per questo che a Istanbul convivono da secoli mussulmani, ebrei, cristiani, ortodossi, armeni, gitani. Perché Istanbul ha il potere di mille regine industriose, di mettere a tacere i demoni dell’uomo.