Storia di Sax, Amori & Tradimenti

Non ho mai preteso di essere un musicista, ma un amante della musica sì. Per la verità, ora posso dirlo alla mia vetusta età, manco di essere un “Casanova” ma un amante delle donne sì, alla maniera di Woody Allen che diceva: “sono il più grande amante della storia, mi sono esercitato molto da solo”. Non sono neanche uno scrittore, per la verità, ma un amante dello scrivere. Quindi per me è solo e sempre una questione di amore.

Da un po’ di anni dopo aver strimpellato per decenni la chitarra nella sua versione “chitarra da rimorchio”, suonato (questa benino) l’armonica blues, ho deciso di coronare il mio sogno d’amore: il sax. Ne ho già “posseduti” tre, l’attuale lo Yamaha 62, è un professionale, un sax alto, scintillante, vanesio, tenero, di una bellezza particolare, amore a prima vista.

Nell’ultimo decennio ho avuto tre “maestri”: uno classico di conservatorio che faceva suonare ma non suonava, mi ha, a volte noiosamente, ben impostato; un altro (quello che ho amato di più)  suona da Dio, fragile come tutti gli artisti Jazz e che dovevo supportare psicologicamente, io gratis mentre lui si faceva pagare, mi lasciava libero, suonavamo insieme e mi ha fatto divertire; il terzo sornione, intelligente, razionale, troppo per essere un buon musicista, che didatticamente mi ha dato di più ma a cui anche io (come in tutte le buone relazioni pedagogiche) ho dato qualcosa ma alla fine mi aveva rotto il c….. Così ho deciso che dovevo andare avanti da solo, ho continuato con le lezioni “cartacee” del geniale Niehaus, ho preso a suonare da solo e in gruppo, qualche esibizione pubblica, qualche complimento e la vanità ha fatto il resto. Ero convinto di essere in grado di farlo, e soprattutto mi piaceva l’onanistico suonare con la base di dischi altrui, emettere suoni, destrutturare, produrre cluster irriverenti, un po’ come Sherlock Holmes con il violino, sempre meglio dell’eroina avrebbe detto Conan Doyle. Poi è arrivata la crisi, un po’ il covid, un po’ la tristezza atonale, la mancanza di stimoli, qualche acciacco non proprio semplice da risolvere, le lunghe vacanze estive, il caldo. Insomma per più di tre mesi non l’ho degnato di uno sguardo, di una carezza, di una soffiatina, di una nota, di una scala.

L’altra sera alcuni dei mie vecchi compagni di merende jazzistiche mi ha invitato ad una “session”. Ho aderito presuntuosamente, non entusiasta ma convinto, speranzoso, sicuro, troppo sicuro.                                                          

In una periferica villa di campagna, degna di un film di Carpenter, ci siamo riuniti e ho capito subito che qualcosa non andava. Tiro “Lui” fuori dall’astuccio, mi preparo a montare il becco e dopo aver lubrificato bene un’ancia Rigotti da 3, seminuova, scopro che mi è sparito il Ligature della Rowner che avevo preparato, ricerca affannosa e attenta, niente. Dopo la vana ricerca cambio becco e attaccatura, monto un Meyer da 5 e cominciamo con un blues in Eb.  Mi accorgo subito che qualcosa non va, ai passaggi di ottave la chiavetta si stacca in ritardo, rimane incollata al foro, stessa cosa nel passaggio da La a Do e Si, la seconda ottava un disastro, raschi, fischi, pernacchie. Chiedo scusa e cambio ancia, una, due, tre volte.  

Mi viene in mente un concerto di Archie Shepp a Napoli molti anni fa: una ventina di ance sacrificate una dopo l’altra, un patrimonio, ma era Archie il re del Free. Dopo un paio d’ore di strazio, decidiamo di smettere, fuori è buio, la villetta carpenteriana è sempre più inquietante, piove e io ho anche da pisciare. Rismonto il “traditore”, ed ecco apparire magicamente sulla sedia, dove giuro avevo guardato dieci volte, il Ligature della Rowner.  

Ci salutiamo non proprio cordialmente e ci avviamo per la strada nel bosco ognuno con la propria auto e le proprie frustrazioni, dopo un po’ scopro che non ho preso gli spartiti, forse il Dio della musica ha deciso che non ne sono degno, touché, preferiscono la compagnia dei fantasmi, che sicuramente popolano la vecchia casa, alla mia compagnia. Come dargli torto. 

Capita la lezione, giornata seguente dedicata al sax: pulitura a fondo, lubrificazione abbondante delle chiavette, poi esercizi di scale, tritoni, pochi righi musicali strutturati, tenute di note, praticamente un “petting” saxofonico. Ricomincio dal primo quaderno di Niehaus e soprattutto prometto a “sua signoria” (con sottofondo “suggellante” di Coltrane) che suonerò almeno due volte a settimana. Ma ti amo Sax, non pensare male di me e scusami, per favore, niente più figure di merda con i miei amici, che pure non è che brillassero, ne va della mia autostima.

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