Guido piano (Anything Goes)
Pranziamo in centro, tavolini, una bella piazza, l’oste è un ragazzo dalla faccia simpatica, la parlata è quella leggermente biascicata del romagnolo di Cesena, la guardo trangugiare un enorme “qualcosa-burger”, mi piace guardarla mangiare, a tratti gli torna quella faccia da bambolina che aveva da piccola e che ora si è trasformata in un volto di donna.
Ride, gioca, ci sfottiamo un po’ a vicenda, mi racconta delle mille raccomandazioni che le fa fatto la madre, si guarda attorno curiosa, ogni tanto i nostri sguardi di fissano sull’altro, il tempo sta passando e tra poco la accompagnerò e andrò via.
La mia ragazza è all’Università. Cazzo come passa il tempo.
Lei è contenta e si vede, è stata brava e si è strameritato tutto, e io me la scialo a vederla contenta come farebbe qualsiasi altro genitore.
Pago il conto, saliamo in auto, l’accompagno allo studentato.
Ci salutiamo. Mi abbraccia.
Mi abbraccia più forte del solito, anzi diciamolo meglio, in genere sono io ad abbracciare i miei figli e loro si lasciano abbracciare, stavolta no. Mi abbraccia lei, forte, e poi mi bacia.
La guardo attraversare la strada, davanti alla porta armeggia in cerca della chiave, come sempre fa cerca cerca tra le mille tasche, poi apre, si gira e mi saluta.
Un fermo immagine che mi accompagna per tutto il viaggio. I suoi occhi un po’ chiusi a fessura come fa sempre quando sorride, i suoi denti, e la mano alzata che fa ciao.
Riavvio l’auto, per Potenza ci sono più di 500 km, percorro concentrato il tratto fino all’ingresso in autostrada seguendo le indicazioni del navigatore, poi comincio a realizzare che lei è lì e che non tornerà prima di un mese, che lei è lì ed ha iniziato il suo volo in solitaria, che lei è lì ed è assai probabile che la vita la porterà lontano.
Mi monta un grande magone, uno o due volte penso di girare l’auto e tornare indietro.
Ma pigio di più il piede sull’acceleratore e vado.
I pensieri che faccio sono tanti, ricordi, appunti su cose da fare, versi per una poesia, in un paio di occasione sento che mi si inumidiscono gli occhi, mi scuoto e mi sforzo di resistere all’ondata emotiva che sta montando.
Seleziono sul telefono gli AC DC e mi stordisco con la musica a palla, piano piano l’onda si spegne, si attenua, tornano i pensieri razionali e la soddisfazione.
Il mestiere dei padri. Mica facile che credete.
Bisogna avere le spalle larghe per fare il padre, e perdonatemi se non parlo delle madri, se ne parla sempre e giustamente, ma ciascuno di noi parla del suo se ha esperienze da trasferire diversamente sputa solo sentenze sulla vita degli altri.
Devi avere le spalle larghe per fare il padre, devi essere autorevole ma non autoritario, devi essere complice ma non compare, devi essere distante ma sempre presente, devi essere affidabile.
Errori? Dubbi? Infiniti. Ma c’è anche la voglia di far pace, di firmare un armistizio con la coscienza e cercare di godersi gli attimi, gli affetti, i momenti.
Mi torna in mente un’estate al mare, le immagini di quella spiaggia, di Marcello e Adriano che corrono e di Giulia che sguazza nell’acqua, mi ricordo che da qualche parte devo avere conservato un filmato e mi riprometto di andarlo a guardare.
Rimonta l’onda emotiva. Stavolta più forte.
Mentre guido mi scende una lacrima. Lo so è ridicolo, magari anche un po’ patetico, ma mi succede e non riesco a frenarlo, mi richiamo all’ordine con fermezza, mi fermo all’autogrill, mi sciacquo la faccia, bevo un caffè e mi rimetto in auto.
La chiamo al telefono, ormai è quasi scuro, lei è tranquilla, si sta preparando per andare a cenare, mi fa bene parlarle, mi sento meglio, chiudo dicendole
-Ci sentiamo domani-
E lei che ha capito tutto mi risponde tra l’allegro e il paziente
-Vaaa beeeene. Ci sentiamo domani. Ora vado, ciao Papà-
Faccio un respirone, rimetto la musica, dopo un poco squilla il telefono, è Marcello.
-Che fai Papo?
-Sono in auto, sto tornando da Cesena.
Ecco, mio figlio maggiore mi richiama alla vita, parliamo un poco, lui non è un chiacchierone come me, ma la conclusione è scontata.
Ci vediamo domani?
Mi rinfranco, domani tornerò a caricare i miei blocchi, a costruire ostinato, come noi tutti la mia Torre di Babele, faticando a farmi capire, a spiegare, a parlare, dimenticando che l’unica lingua che tutti ci accomuna e ci parla uguale è quella del cuore.
Riprendo a guidare, Anything Goes.