I barbari digitali, la competenza e “Il manifesto della comunicazione non ostile”

Tempo fa (17 gennaio 2015) lessi un «Buongiorno» di Massimo Gramellini, su «La Stampa». Il tema riguardava i social network e in particolare Facebook. Il titolo era, se non erro “La parola vigliacca”. Da tempo, stavo riflettendo su come fossero cambiati questi strumenti, nati per far rincontrare i vecchi compagni di scuola. Mi infastidivano alcuni aberranti post che di fatto invadevano il mio spazio, la mia bacheca.

All’inizio, curiosità, apologia della democrazia, cartina al tornasole dei processi socio-culturali del post-moderno. Poi leggera diffidenza, quindi intermittenti nausee, per arrivare, ora, a qualche conato di vomito.

Gli amici virtuali, piano piano, sono aumentati in maniera indiscriminata. Prima quelli che conoscevi, poi gli amici degli amici, poi coloro che in qualche modo si ritrovavano a condividere un pensiero, una passione, un interesse. Inizialmente non avverti una regia, un manipolatore di fili, un po’ alla volta inizi a percepire di essere intruppato, spinto verso gruppi, consumi, dibattiti, ma in modo quasi naturale. Il sistema ti propone amici, ti presenta ad altri a tua insaputa, facendo vedere di te ciò che nemmeno tu sai.

Quando dai il tuo consenso accettando i biscottini (cookie) dagli sconosciuti, non è ben chiaro cosa cedi e come questa cessione sarà utilizzata. Sai che è tutto gratis, pensi che tutto sommato non possa accaderti nulla di male, anche se ti meravigli di come una cazzata simile possa generare trilioni di dollari nelle tasche di pochi individui.

In fondo è piacevole il tempo che trascorri con amici, che amici non sono. Se ti stanno sui tommasei, inoltre, li puoi bannare. Li elimini con un clic. Come in un videogioco. E senza la ricaduta psicologica e drammatica del lutto derivante dalla perdita di un vero amico.

Sta di fatto che derapando dolcemente ti ritrovi in mezzo a una sconfinata piazza virtuale, dove non solo osservi e giudichi migliaia di persone, ma dove migliaia di persone ti giudicano e ti osservano. Chissà cosa direbbe Pirandello di tutto questo!

Adesso si sbandiera ai quattro venti digitali ciò che un tempo si teneva nascosto per pudore, vergogna, onore. Termini, questi ultimi, che cozzano contro la logica ipertrofica dell’i-ego.

Tutti possono parlare di tutto, non ci sono ruoli e gerarchie, tutti si danno del tu, perché non conta il sesso, non conta l’età, cosa hai studiato, chi sei. Conta ciò che dici, non chi lo dice. Anzi non conta neanche cosa dici. Conta l’effetto che fa quello che dici. L’importante è blaterare le proprie ragioni. L’ascolto è bandito. Più che argomentare (ci vuole troppo tempo e il social è per sua natura fulmineo) si preferisce (soprattutto è più comodo e non richiede neanche un particolare sforzo cognitivo) offendere. Tanto c’è sempre qualcuno che sarà dalla tua parte. Anche se non sai chi è. È l’illusione dell’i-onnipotenza.

Se mi è venuto in mente quel breve scritto di Gramellini è perché il 10 ottobre scorso ho apprezzato ciò che sosteneva Walter Veltroni in un suo pacato intervento da Fazio, A che tempo che fa, che riporto:

«C’è un veleno che è stato seminato in questo Paese, e non solo, nel corso di questi anni: la negazione della competenza. La negazione dell’autorevolezza che nasce dallo studio, dalla fatica, dal sapere, che è stata messa in discussione dal principio in base al quale tutti potevamo dire tutto su tutto. L’esito poi è questo: i professori non vanno bene, gli scienziati non vanno bene, i medici non vanno bene, ma così il paese rischia davvero molto».

In un’agorà digitale, dove identità e competenza vengono frullati sull’altare della semplificazione, dell’aggressività irriverente e irrispettosa, dell’anonimato che rima con l’impunità, il veleno, di cui parlava Veltroni, può diventare un fiume carsico, che nascostamente inquina la comunicazione e le relazioni, costruendo un nuovo modo di essere al mondo o un modo diverso di percepire la realtà. Minando, lentamente, i valori (rispetto, solidarietà, onestà ecc.) che tengono insieme una comunità, piccola o grande che sia.

Stanno avanzando i barbari digitali. Anche se non hanno gli spadoni, le asce e i martelli da guerra. E non fanno ridere come l’Attila, flagello di Dio di Diego Abatantuono, nel film del 1982.

Occorre un cambio di rotta culturale, nei modi e nei contenuti, che riporti al centro dell’agire l’importanza della consapevolezza, l’autorità della competenza e la necessità del rispetto che si deve a tutti, e soprattutto a chi ne sa più di noi.

Lungi da me l’idea di proporre un patetico ritorno al passato. Ma quando nell’era pre-social si discuteva fisicamente in piazza, chi prendeva la parola trasportava nel discorso il peso fisico, sociale, culturale della propria storia. Che conferiva alla tesi una sorta di bollino di qualità o preclaro marchio di castroneria. E l’uditorio era attento e attivo, acustica cassa di risonanza di dubbi, di plausi o di risate fustigatrici. Di certo non avresti mai raccontato del colore delle tue feci, dei disegnini sulle mutande o del tagliacarte con l’aquila che regge un fascio. Altri tempi.

Il manifesto della comunicazione non ostile, immagine-guida di questa “Didascalia”, è un esempio straordinario di contrasto alle orde che avanzano. Ma quanti lo conoscono, quanti lo adottano quotidianamente?

Io ripartirei da questo decalogo. Valido per adolescenti e adulti. Per influencer e politici. Per docenti e studenti. Per genitori e figli. Per uomini e caporali. Perché credo che i vantaggi del medium, internet, e dei social, siano incontrovertibili. Usati bene e con vigile consapevolezza, sono una potente risorsa. Che non dobbiamo demonizzare e di cui non possiamo fare a meno.

Bisogna però sempre tenere a mente che ci sono biscotti buoni e biscotti avvelenati. E se Biancaneve era una fiaba, che insegnava ai bambini ad essere attenti e a non fidarsi ciecamente degli altri nel mondo reale, il mondo virtuale ci insegna che virtuale non è, e che è molto più reale del reale.

Proprio perché il veleno non sempre è visibile. Proprio perché non sempre si avverte. Proprio perché è subdolo… è fondamentale, anzi vitale, alzare il livello di attenzione.

Esattamente come le sentinelle sulle altane, di notte.

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