Parlavo della mia compentenza linguistica in turco e un’amica mi ha detto: se riesci a muoverti su tre registri diversi allora ci stai dentro!
Di Istanbul io ho conosciuto prima i sobborghi, ho visitato e abitato i quartieri alti con ritardo. Ho imparato quindi per prima la lingua colloquiale delle province piuttosto che quella pomposa dei grandi centri ma questo percorso inverso, per così dire, mi ha permesso, attraverso le geometrie dei quartieri minori, di guardare nel mondo che si trascinano dietro gli anziani.
Agli anziani sto particolarmente simpatica. Credo proprio di capirli, e non è solo perchè lamentiamo gli stessi acciacchi, ma perché ho afferrato il loro segreto più profondo: pur amando più di loro stessi i figli e i nipoti, patiscono la solitudine di chi non ha più molti coetanei con i quali decifrare il mondo e dirsi “ai nostri tempi però…!”
Pensiamoci un attimo: tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ha condiviso il nostro tempo, perché quella persona c’era mentre c’eravamo anche noi, conosce una faccia della societá altrimenti criptica, avessimo anche a disposizione la potenza creatrice del più grande narratore di questa Terra.
Degli anziani adoro i racconti, l’obsolescenza delle parole che usano e l’ostinazione con la quale non le abbandonano: quei suoni gli sono cari, li hanno abitati. Mia nonna ha vissuto cinque anni in Argentina. Solo cinque in una vita di novantotto ma si è arpionata per decenni a parole come ‘tovaglia’ (asciugamano) e ‘guardia’ (poliziotto). Qualcosa di sè era rimasta a Buenos Aires e qualche altra, per compensazione, l’aveva rubata e riportata indietro lungo l’Atlantico, perchè ci fosse sempre qualcosa dell’Argentina nella sua quotidianitá lucana.
Questa cosa di nascondersi nelle parole costa poco ma in essa c’é la matrice dell’ onnipotenza. Anche quando mia nonna non riconosceva piú nessuno a causa dell’Alzheimer, l’unica cosa in grado di riportarla indietro erano una manciata di parole nelle quali per tutta la vita aveva concretizzato i suoi piu grandi desideri e le sue piú grandi perdite.
Penso a questo oggi, mentre Fındık Teyze mi racconta del kundak (foto), una maniera di fasciare i neonati per tenerli dritti facendone delle piccole mummie. Sento che per lei la parola reca dentro un dolore e ne ho conferma quando mi dice che ne ha partoriti otto, erano gli anni Sessanta, ma ne sono morti quattro. Poi aggiunge: “a Istanbul, a Istanbul (mica in un villaggio!) le infermiere distribuivano i bambini alle mamme mettendo un kundak sull’altro (e imita lo stesso gesto che farebbe un cameriere che si sistema i piatti sull’avambraccio) e il mio gli scivolò a terra, nel kundak, gli scivolò a terra e vidi gli occhi del mio bambino che si rivoltavano, nel kundak”.

Una storia di una tale crudezza…
Di tutte le teyze che conosco colei che ha una buona parola per tutti è senza dubbio Fındık Teyze; se penso che è la stessa persona che ha chiuso il suo dolore nel suono della parola kundak mi sento scossa. Lei continua a raccontare e dopo un po’ usa un’altra parola desueta, dice ‘döşek’, il materasso che si arrotola: “gli altri li ho partoriti sul döşek, a casa, io non entro più negli ospedali”. Kundak e döşek sono per lei la morte e la vita, sono le parole che la riequilibrano. Io ascolto, non interrompo. Ascolto sempre, prendo in carico le parole. Ho qualcosa di Fındık teyze adesso, ho il suo kundak e ho il suo döşek, il suo yin e il suo yang senza che lei ne conosca la filosofia fondante, l’ordine del mondo che ha creato per sè, per continuare a vivere.
Fındık teyze abita in una casa fatiscente, riscaldata dalla stufa, piena di scaloni e dislivelli, come le case arroccate dei nostri paesi. Una casa pulita, con tappeti a coprire il massetto e una cucina nuova che il falegname le ha tagliato su misura perchè i muri sono abbozzati e storti. Mi piace casa sua, con le foto dei suoi figli incastrate nelle cornici di Hz. Ali, il genero del Profeta, di cui l’iconografia è consentita. Beviamo un çay e mangiamo una fetta di un dolce al cacao, poi mi preparo perchè ho un appuntamento a Tuzla, dista poco, ma lì le case hanno la piscina e i campetti da calcio. Sono invitata a cena. A Tuzla le parole che userò avranno tutte suffissi di cortesia, sono i luoghi dove bisogna saper sostituire “che lavoro fai?” con “lei di cosa si occupa?”.
“Vai figlia mia, dice intanto lei, piano piano e yol açık olsun (che la strada ti venga facile!) quelli sono signori, hanno fatto le scuole!”
Ingoio tutti i sottotesti di questa frase: quelle di Tuzla sono persone che sanno, che parlano con cognizione. E io, che pure ho fatto le scuole, come dice Fındık teyze, non riesco a spiegarle quante cose mi ha insegnato lei in questo pomeriggio di inizio autunno con il suo kundak e il suo döşek.