Una domenica di ottobre al museo

«Sono andato ad Antiochia per una serata. Il giorno dopo volevo visitare una chiesa. Vado fin lì ma la trovo chiusa. Alle mie spalle sosta in quel momento un autobus di turisti. Mi vedono e dicono: ah Sunay Akın, Sunay Akın, che fortuna! Facciamo una foto! Gli chiedo: siete qui per la chiesa? Sì. Benissimo è chiusa, rispondo. Ma come, ma perché! Calmi tutti, dico, più avanti c’è una moschea! Cambia la marca ma il negozio è lo stesso!»

Abbiamo riso dieci minuti.

Inizia così la mia domenica pomeriggio all’Istanbul Oyuncak Müzesi (il museo del giocattolo di Istanbul), al centro di una stanza piastrellata a scacchiera bianca e nera, seduti a bere un tè e a raccontarci delle storie, ospiti del signor Sunay, proprietario e curatore di questo spazio fiabesco.

Il museo è sempre un’ottima idea, di questo in particolare mi piace che è chiassoso.

È ottobre, la giornata è uggiosa, davanti l’ingresso le tre giraffe e i due soldatini di piombo indossano una grande mascherina. Mi sembra di sentire la voce di Sunay Bey mentre decide di prendere quel provvedimento: sono i più esposti al pubblico, hanno diritto a proteggersi dal virus.

È un museo del giocattolo il suo, e lui è un narratore geniale che crede nel potere delle favole.

È questa la sua magia, lui crede. Come in quel film di Natale, Miracolo nella 34° strada, dove a processo viene condotta Santa Claus e alla fine si decide che se non ci sono prove che attestano l’esistenza di Dio non se ne possono creare neanche di sufficienti per dimostrare l’esistenza di una qualsiasi altra creatura.

Anche io credo, ecco perché copro ancora i miei pupazzi e le mie bambole con una coperta quando fuori nevica, perché non si raffreddino. In un certo senso, io e Sunay ci confrontiamo da pari, anche se lui è un grande nome e io no, perché ci lega la fede nella magia e nell’amicizia, due grandi cose che non conoscono distinzioni di sorta. 

Non facciamo del male a nessuno, sono manie innocue, le nostre.

Il signor Sunay è un poeta, racconta la vita attraverso le cose, ama i giocattoli, ama le storie, ama l’arte.

È su di lui e sulla sua missione museale e civica il libro dal titolo Sunay Akın. Dialogo con un poeta e museologo turco, che ho pubblicato con Edifir, Firenze. È una storia a due voci che racconta tanto di questa città e di questo paese. Sono molto orgogliosa del lavoro che abbiamo portato a casa, ci è venuto semplice, scorre come l’olio come quelle lezioni a scuola dove al suono della campanella gli studenti si guardano meravigliati e si dicono: wow, oggi è volata!

Conosco così bene le stanze di questo museo che anche a distanza di anni (ne sono passati nove dal primo giorno) e con una pandemia di mezzo, riesco ancora a seguire le traiettorie dei suoi abitanti, il luogo dove si è nascosto un orsacchiotto di Steiff (foto) o in quali missioni si è imbarcato questa volta, come un profeta di buoni sentimenti, il pupo del piccolo principe.

Questa volta sono andata al museo con degli amici: gli ho raccontato tutto quello che sapevo, ho pilotato il loro sguardo su dettagli che forse, per la varietà di stimoli sonori e visivi, non avrebbero notato. Ci vogliono anni per studiare un museo, ciò che di solito riusciamo ad assimilare da una sola visita culturale si concentra in una manciata di impressioni. E tutto sommato, va bene anche così.

La città si estende davanti questo museo con il suo universo di possibilità: mare, collina, ristorante, teatro, Ikea. Credo sia per questo che ci lanciamo in strada senza mai un vero programma, per lasciarci sorprendere dall’imprevedibilità della vita.

Vi lascio il link del museo https://istanbuloyuncakmuzesi.com/ per un piccolo tour virtuale, buona visita e alla prossima!

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