Di Luigi Kalby, docente di Storia dell’arte medievale e moderna a Salerno, ricordo le lezioni su San Pietro a Montorio del Bramante, su La Consegna delle chiavi del Perugino, sul Maschio Angioino (e chi si dimentica le colonne tortili nella Sala dei Baroni realizzate da Guglielmo Sagrera!) e sulla facciata e la Lanterna di S. Ivo alla Sapienza del Borromini a Roma. Solo per citare alcuni argomenti a lui cari.
Il prof., sardo di Macomer, mi è venuto in mente mentre sfogliavo l’archivio storico digitale di «Domus», perché l’occhio mi è caduto su una fotografia di Paolo Portoghesi (il due novembre scorso ha compiuto 90 anni, auguri Maestro), scattata proprio a S. Ivo alla Sapienza.
Portoghesi fu un giovane collaboratore di Leonardo Sinisgalli, nel periodo di «Civiltà delle macchine» (1953-58). L’architetto romano era ancora uno studente universitario, aveva solo 22 anni, quando si presentò nella sede romana della rivista, al cospetto del poeta-ingegnere, che fu immediatamente colpito da quel talentuoso ragazzo, che lo ammirava per avergli fatto conoscere Edoardo Persico.
Sinisgalli, gli commissionò una serie di articoli curiosi. Il primo fu “Borromini in ferro”. Fu quella la prima scalata che Paolo Portoghesi fece per salire in cima alla lanterna della Chiesa di S. Ivo e scrivere il suo articolo d’esordio per il prestigioso house organ della Finmeccanica.
Portoghesi ricorda quella lontana esperienza nel febbraio del 2014 (n. 977), quando scrive per la storica rivista di Giò Ponti, una serie di schede dedicate all’architettura romana, tra cui, appunto, una dedicata a S. Ivo, con un’immagine a corredo. Quella che vedete.
Foto prospetticamente originale, unica probabilmente, perché realizzata dallo stesso Paolo Portoghesi, che intendeva riprendere, durante una visita con i suoi studenti universitari, la Chiesa dall’alto. Per il suo scopo era salito di nuovo in cima alla lanterna (la sagoma della lanterna, schizzo del Borromini, era anche sulla copertina dei due volumi di Storia dell’Arte di Carlo Giulio Argan, che il buon prof. Kalby ̶ era stato suo allievo a Roma ̶ ci aveva affibbiato per il suo esame).
Poiché il tamburo della cupola gli ostacolava la vista, Portoghesi pensò bene di calare nel vuoto, con un cavalletto e un lungo cavo flessibile per lo scatto, la sua Hasselblad, per una inquadratura più suggestiva. Ma al momento di risalire l’attrezzatura, dopo la foto, la mitica fotocamera a pozzetto si staccò dal cavalletto precipitando in basso, andando in mille pezzi, proprio al centro della Chiesa. Il rullino, al suo interno rimase miracolosamente illeso. Soprattutto non colpì nessuno dei suoi studenti, che in basso, stavano effettuando dei rilievi.
Morale. La vita come la fotografia si nutre di istanti. Così come la memoria, che a volte dilaga e come l’olio si espande anche in quei forellini che pensavi ormai tappati. In questo piccolo buco nero, grazie a una foto dalla prospettiva irrequieta, ho ritrovato Paolo Portoghesi, Leonardo Sinisgalli e il mio caro prof. Luigi Kalby che ci lasciò nel dicembre del 1999.