Lucano dell’anno 2021: Figliuolo, chi era costui?

Figliuolo, chi era costui? Persino il cognome, dal suono linguisticamente riconducibile a un dialetto indefinito, dava l’idea di un bravo ragazzo dal futuro incerto e tutto da costruire. Sconosciuto, non noto all’ufficio. Poteva mai l’Italia, nel pieno del panico da Covid, che parlava solo di quelli che vedeva in tv, essere affidata a uno sconosciuto dopo aver riposto massima fiducia, anche perché alternative non ce ne venivano in mente, in quel potente boiardo di Stato, Domenico Arcuri, che quando lo ascoltavamo ci faceva anche un po’ tenerezza perché tutto sommato, poveraccio, come poteva reggere il confronto con Marco Tardelli che aveva preso il cuore della sua ex moglie, Myrta Merlino. Caduto rovinosamente secondo la più classica delle procedure italiche che prima ti isola politicamente e poi ti affonda con gli avvisi di garanzia, dal cilindro del neo nominato presidente del Consiglio, Drake, a marzo scorso arrivò la soluzione.

Il generale Paolo Francesco Figliuolo, potentino di nascita e nomade per professione, si apprestava a diventare l’uomo delle certezze per tutti noi italiani nell’anno secondo della via crucis sanitaria. Punto fermo, svolta organizzativa nella gestione della campagna vaccinale nello smarrimento di un Paese tanto creativo quanto disordinato. Un uomo dello Stato, un militare di carriera con tante stellette sul petto da non avere più spazio per posizionarne altre, scelto da Drake come commissario straordinario per l’emergenza Covid. Pochi sanno che Figliuolo, tra una missione e l’altra in giro per il mondo, è anche istruttore di sci, non sarebbe male se, passata l’emergenza, lo vedessimo sulla Sellata a promuovere lo sport invernale nella sua città. Si scherza, ma non troppo perché il generale ha dimostrato di sfidare tutti i luoghi standard di un’Italia pigra, che promette e non mantiene e riesce sempre a trovare un alibi alla propria inefficienza.  

Figliuolo ha dato una lezione di concreta fatica a tutti, senza mai ondeggiare compiaciuto tra le ali di accompagnatori istituzionali che lo scortavano in giro per gli hub vaccinali del Paese. E’ stato ovunque, anche alle tende del Qatar donate dal concittadino ministro della Salute, Roberto Speraza al capoluogo lucano. Sempre in divisa e con la penna degli alpini sul cappello, irrinunciabile, tra l’ilarità di molti, per esempio quella del governatorissimo campano, De Luca, lucano al pari. Seguito dalla scrittrice Michela Murgia. Altresì detestato da Travaglio, in lutto permanente per la scomparsa dal governo di Giuseppe Conte, che pubblicò una vignetta di Mannelli sulla prima pagina del Fatto, “Sbomballo generale” in seguito al decesso della diciottenne di Genova per le complicazioni insorte dopo una dose di astrazeneca. Sono stati in molti a punzecchiarlo, quando la corsa ai numeri per le dosi vaccinali da distribuire alle regioni, segnava il passo per i ritardi accumulati da Arcuri, i virologi pontificavano (e pontificano), i no vax erano ancora lontani perché il sogno di tutti era la liberazione dall’incubo con una dose di vax. Anche Crisanti lo sbeffeggiò dicendo che per la logistica era meglio affidarsi ad Amazon. Poi si scusò, e dovrebbero scusarsi tutti quelli che hanno confuso il mezzo con il fine. Il generale Figliuolo ha fatto quello che doveva fare, e lo ha fatto bene. Ha raggiunto gli obiettivi, come si dice nel linguaggio di un Paese in eterna programmazione da bandi. La pandemia non è finita, la frustrazione dei tri-vaccinati costretti a nuove limitazioni alza il tasso alcolico, glicemico e depressivo. Ma non è colpa di Figiuolo che, in piena estate, con 35 gradi anche a Potenza, non si è mai tolto la divisa con la quale è stato in Afghanistan e in Kosovo, per citare due delle missioni più importanti. A 60 anni, molti dei quali trascorsi in giro per il mondo dopo che, lasciata Potenza, si iscrisse all’accademia di Modena, ha affrontato il mostro nell’ora più buia dimostrando di essere il più bravo a pianificare. Potentino come il ministro Speranza, per puro caso, ovviamente, anche se qualcuno già immagina una lobby in riva al Basento, mettendoci dentro anche il ministro col cognome più via Pretoria che ci sia, Lamorgese, e persino Arisa che, però, vabbè, sia chiaro, è di Pignola. Noi vogliamo credere che esista veramente questa lobby, di apparenti uomini fuori posto, e invece sempre al posto giusto al momento giusto. A dimostrazione della validità di un noto proverbio italiano, ride bene chi ride ultimo.

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