Sono nato cristiano, cattolico, apostolico romano, o meglio lo sono diventato con il battesimo che i miei genitori decisero di somministrarmi a pochi mesi di vita per accogliermi nella loro comunità religiosa.
In verità sono cresciuto in una famiglia non particolarmente praticante, anzi direi francamente, decisamente, tendente all’agnosticismo sia pur temperato da una sorta di “cautela” borghese, se volete abitudine a guardare a questo aspetto della vita come a una “tradizione”.
Ho frequentato, come moltissimi uomini e donne della mia età, il catechismo, ho fatto la mia prima comunione e il sagrato della parrocchia di Santa Croce è stato il mio principale luogo di vita e di incontro fino all’adolescenza. Ho assorbito valori, parole, canzoni, sentimenti dal mondo cattolico, ho assorbito tradizioni. Nonostante tutto questo la mia fede non ha resistito all’impatto con la mia crescita culturale, all’aumento della mia consapevolezza come individuo, alla robustissima dose di cultura scientifica che nel corso dei miei studi ha modellato la mia formazione culturale.
Il risultato di tutto ciò è un uomo decisamente agnostico.
Non sono un odiatore cinico della divinità, neanche uno spregiatore o un dileggiatore della fede, tutt’altro, guardo con rispetto chi ha conservato la sua, guardo con rispetto a quella che resta, nonostante tutto, la fede religiosa di cui è impregnato tutto il mio essere, pur restando convinto dell’inutilità della Chiesa come tramite per il rapporto con il divino e che tutte le religioni abbiano approfittato del bisogno di trascendente tipico dell’uomo e della sua coscienza di sé, per trarne potere e vantaggio.
Nonostante questa mia ferma convinzione resto un uomo nato e cresciuto in Italia, porto dentro di me il bambino che scriveva letterine di Natale, il bambino che serviva alla messa, porto dentro di me le vigilie in attesa della mezzanotte per mettere il bambinello nel presepe, l’emozione del ragazzino alla prima comunione, la sensazione di leggerezza del ragazzino dopo la sua prima confessione.
Non credo più a tutte queste cose, il mio giudizio sulla Chiesa e su tutte le vicissitudini che a causa di essa l’umanità si è trovata ad attraversare, guerre, persecuzioni, negazioni della verità, conquiste, è di condanna senza appello, per niente mitigata dalla consapevolezza che essa ha svolto anche un ruolo positivo nella storia. Resto convinto che un Francesco o una Chiara, sia pure con tutta la loro mirabile esistenza, non potranno mai riparare alle crociate, ai massacri nelle Americhe e in Africa, alla caccia alle streghe, agli eretici che hanno funestato, a causa della religione, la storia dell’uomo.
Sia chiaro non è un problema solo del cattolicesimo, lo stesso vale per ortodossi, protestanti, calvinisti, musulmani, per tutte le principali fedi religiose che prima o poi sono sempre state usate come scudo dietro le quali nascondere la cupidigia e il desiderio di potere dell’uomo, e che sempre (o quasi) sono state incapaci di sciogliersi dall’abbraccio del potere per ribadire la fedeltà ai principi ispiratori.
Ciononostante, a dispetto di tutta questa sacrosanta (a mio parere) riprovazione che ho per le chiese, intese come correnti religiose, Natale resta Natale, e per quanto mi sia chiaro che il 25 dicembre è la festa del Sol Invictus e che quella data in termini reali significhi poco, c’è un messaggio nascosto dietro le migliaia di panettoni, di lucine colorate, di sorrisi che durano un giorno, di odore di incensi e di canti di Natale ed è il pensiero geniale che un bambino, nato in un luogo misero da due poveri esseri umani in viaggio, possa essere la salvezza del mondo.
Suvvia non sorridete, so bene che non può essere così in senso letterale, lasciate da parte l’azione in sé e guardate alla metafora che c’è dietro, ogni bambino che nasce è una nuova occasione per il bene e per il male, ogni uomo in sé ha le potenzialità per cambiare il mondo, un Giulio Cesare, un Augusto, un Cristo, un Maometto, un Cristoforo Colombo, un Napoleone, un Marx, un Lenin, un Hitler, un Martin Luther King, un Gandi, pensate che potenziale di cambiamento, ahimè non necessariamente in bene, ha avuto ciascuno di questi uomini che pure è stato, prima di diventare un uomo, un bambino, ugualmente indifeso, ugualmente innocente di quello la cui nascita si festeggia il 25 dicembre.
Il potenziale di questa metafora è potentissimo, così come ugualmente potente è quello della Pasqua, con la morte di un uomo che si offre in sacrificio per tutti. Il Cristo poteva abiurare, poteva essere accondiscendente con i saggi del Tempio di Gerusalemme, poteva cercare di tenersi buono Ponzio Pilato e invece no.
Quale che sia la verità storica, che il Cristo fosse un fanatico che ha cercato il martirio inseguendo una sua ossessione, che il Cristo sia o non sia veramente esistito, che le storie dei vangeli siano più o meno rispondenti alla verità, la potenza della metafora, l’uomo che si immola per tutti, è anche essa potentissima.
È vero io non credo, non credo all’utilità della Chiesa, alla sua santità, non credo che ci sia la necessità di alcuna intercessione umana con il divino, non credo che il Papa (che invero mi è simpatico assai) rappresenti alcunché se non sé stesso e la filiera di potere che lo ha eletto, ciò nonostante anche per me Natale è Natale.
Lo sarà per una tradizione che è anche la mia tradizione, perché sono un uomo fallibile, influenzabile come tutti e vengo coinvolto da questa atmosfera di cui so anche riconoscere l’ipocrisia che mi sta intorno, lo sarà per i ricordi, numerosissimi che, nella mia mente, si associano a questo giorno.
I pupazzi del presepe, una macchinina rossa radiocomandata, mia nonna che ride, mio padre che scarta i pacchi, mio fratello che fa l’albero, le lucine con i fiocchetti bianchi che mio padre cercava sempre di far funzionare e che ogni anno non riusciva proprio a buttare perché erano quelle del primo albero che aveva fatto dopo sposato, gli occhi di Marcello davanti ad un’automobilina a pedali verde, Adriano e Giulia infilati in un enorme pigiamone a forma di orso.
Natale è un giorno da festeggiare proprio per quella metafora cui accennavo prima, quella che fa di ogni bambino una speranza e che rende questo giorno particolare per tutti.
Poi che ciascuno lo festeggi come vuole, chi vuole andare a sentire la messa ci vada, chi preferisce stare a casa tra una fetta di panettone e un bicchiere di spumante a collezionare ricordi da tirar fuori quando gli correrà un filo di gelo nel cuore, chi vuole correre in strada, chi vuol fare all’amore, Natale è di tutti.
Passiamo un buon Natale, cercando di accumulare ricordi caldi da tirar fuori nel gelo della vita, un augurio di cuore a tutti. Vi lascio con un’ultima riflessione.
Ci sono luoghi in cui il Natale non si festeggia perché si crede in altro, ci sono altre usanze, altri credo, ma anche lì lentamente filtra questa festività, se ne risentono gli effetti grazie alla forza del consumismo e della globalizzazione, due potentissimi agenti di omologazione e uniformità che agiscono nel nostro mondo e che sono alla base di una larghissima parte dei conflitti e dei contrasti del mondo.
Il paradosso che ne risulta è che il male sfrutta il bene per allargare il suo dominio associando il suo messaggio distorto ad una metafora bellissima e preziosa.
Infine, ci sono luoghi in cui il Natale non si festeggia perché si combatte con la morte, col freddo, con la miseria, nei campi al confine con la Polonia, sui barconi nel mediterraneo, nei luoghi di reclusione che accolgono, complice la nostra indifferenza, i tanti Giuseppe e Maria in fuga per la vita. Non è demagogico ricordarsi anche di questi luoghi, magari non servirà a molto, ma il barlume della consapevolezza è come la fiamma di una candela sul buio dell’indifferenza.
