La sequenza di apertura dell’ultimo film di Sorrentino ha in sé tutto il carattere onirico del cinema felliniano. Patrizia, zia del protagonista. Con la sua avvenenza prepotente. I seni turgidi. il suo comportamento disinibito è un grimaldello che forza ogni placida convenzione sociale. Con la sua sessualità esposta parla all’immaginario erotico del giovane nipote che ne resta ammaliato. Rappresenta una prima parte di una vera e propria iniziazione sessuale che nasce tra le forme della prosperosa zia e si concluderà con un’anziana vicina. Giovinezza e vecchiaia. Eros e Thanatos. Il gioco degli equilibri della vita.
Fabietto vive con i suoi genitori, Saverio, interpretato da uno straordinario Toni Servillo, Maria, Teresa Saponangelo. Ha un fratello e una sorella, perennemente rintanata in bagno. La famiglia Schisa è circondata da un chiassoso seguito di personaggi sopra le righe. Incantevoli. Satelliti che movimentano i cieli della narrazione. All’inizio la pellicola procede come una commedia dagli sprazzi surreali. Ma È stata la mano di Dio è un film scisso. Dicotomico per certi versi.
La frattura per quanto improvvisa ha delle avvisaglie. Il dolore si insinua già dall’inizio. Come delle crepe si aprono spiragli nel vuoto. La malattia mentale della zia. Le sue fantasie distorte che la fanno scivolare lentamente verso la morte sociale, la reclusione in una casa di cura. I terribili litigi dei genitori del giovane protagonista. La scoperta devastante che dal tradimento del padre è nato un figlio, avuto con un’altra donna. Fabietto trema, vittima di un sisma interiore, scoprendo che quello che credeva un presente saldamente ancorato al suolo è un’illusione. Le crepe si allargano fino al collasso causato dal dramma. La perdita definitiva e assoluta di tutti i punti di riferimento.
Un film diverso dalla precedente produzione del regista. Una netta cesura spiazza lo spettatore. Non solo per il fatto in sé che la genera, ma anche per il radicale cambio dell’andamento narrativo. Su tutto e tutti aleggia Maradona. Il santo laico. La speranza di un acquisto da parte del Napoli muove i cuori e l’entusiasmo dei tifosi, del protagonista e di tutti i personaggi della pellicola.
Momento risolutivo in termini di chiarezza interiore è il dialogo tra Fabietto e il regista Antonio Capuano. Quest’ultimo gli grida:
<<Non ti disunire>>. Non perdere l’unità della tua identità.
Fabietto/Sorrentino decide di separarsi dal passato doloroso e andare a Roma per diventare regista. Ma il film, fino a quel punto, ha raccontato il suo passato romanzato e ci svela, nella sua stessa realizzazione, che il regista non è più disunito, ma ha recuperato le sue origini. Napoli. Maradona. La perdita. Ha elaborato in qualche misura il lutto e lo ha trasformato in Cinema. Sublimare il dolore in arte è un’operazione necessaria e allo stesso tempo rischiosa. Una distillazione complessa. Mantenere il giusto equilibrio è difficile quando il racconto coinvolge le radici di una sofferenza profonda. Sorrentino riesce a mantenere salde le briglie della narrazione cinematografica. La potenza visiva strabordante de La grande bellezza si misura con un ambiente più intimo. Non sfavilla fino ad accecare, ma incanta. Ci regala una Napoli maestosa. Poetica.
L’adolescenza è una fase di transizione. Non si è più bambini, ma non si è completamente adulti. Il regista racconta la sua e attraverso la figura di Fellini ci consegna il nucleo della sua poetica:
<<Il cinema non serve a niente, però ti distrae>>
<<Ti distrae da cosa?>>
<<Dalla realtà. La realtà è scadente.>>
Questo è il senso della visione che Paolo Sorrentino ha del Cinema. L’Arte non serve solo a raccontare la vita, ma a renderla migliore. Una missione straordinaria di cui tutti noi lo ringraziamo.