Inquinamento di merda, cavalli e motori elettrici

Ritorneremo dove tutto iniziò. Quando alla fine dell’Ottocento si pensò a un cavallo meccanico, in grado di sostituire il quadrupede che per migliaia di anni aveva accompagnato in pace e in guerra gli umani, la scelta ricadde su un marchingegno elettrico. I primi prototipi di autoveicoli, infatti, erano alimentati con motori diversi da quelli a scoppio che presero il sopravvento agli inizi del Novecento.

I cavalli erano entrati nel mito (Pegaso), nell’epica (con Ulisse divenne simbolo dell’inganno), nella storia (Buceforo e Marenco), nella letteratura (Rocinante), nell’arte più di ogni altro animale. Anche più del cane. Persino nelle grotte di Lascaux (17.500 anni fa), dei 605 animali individuati su 900, 364 sono equini. E quanti cavalli nel Rinascimento (Paolo Uccello, Leonardo da Vinci, Raffaello, Benozzo Gozzoli, Mantegna, Tiziano, Dürer ecc.)! Nel cinema, anzi nel precinema, prima ancora del famigerato film dei fratelli Lumière (1891), sull’arrivo della locomotiva (1895), il primo esperimento di fotografia in movimento riguardò un cavallo. Era il 1978. Eadweard Muybridge realizzò The horse in the motion.

Veloce, intelligente, adatto alla fatica e al trasporto. Compagno millenario dell’uomo nei campi, nelle giostre e nell’avventura.

Alla fine dell’Ottocento, soprattutto nelle ipertrofiche città, gonfiate dall’urbanesimo industriale, cavallo significava “inquinamento”. Paradossale. In fondo tutto è relativo. E la storia come la scienza dovrebbe farci capire che gli eventi o i fenomeni isolati dal contesto sono solo singhiozzi, balbettii, miracoli o favole.

A Londra nel 1890 circolavano quotidianamente 300.000 cavalli. A New York 150.000. E in proporzione anche nelle altre città tutti gli spostamenti umani e tutte le merci circolavano grazie ai quadrupedi. Belli, eleganti, ma… ognuno di loro produceva in media 10 chili di sterco e un litro di urina. Moltiplicando per il loro numero, è possibile immaginare, quanto fosse un problema importante rimuovere, ogni giorno, migliaia di tonnellate di merda, che copriva le strade, si accumulava nelle piazze, tracimava sui marciapiedi.

Il lerciume disgustoso e maleodorante a volte, con i suoi enormi ammassi diventava persino ostacolo alla circolazione stessa. La situazione peggiorava quando pioveva, perché le strade diventavano un’impraticabile palude di merda, vere e proprie cloache. E avventurarsi a piedi, per andare al lavoro e per necessità, era un’avventura infernale, perché le vetture in corsa scaraventavano secchiate di liquame addosso ai malcapitati, sulle pareti dei palazzi, negli ingressi dei negozi. Un vero e proprio shit storm. Ma anche d’estate, quando nugoli di mosche ronzavano sul letame, la situazione non era migliore.

A riprendere i giornali del tempo, si può notare che l’argomento era particolarmente sentito e dibattuto. Anche per i seri problemi di igiene pubblica che il tutto comportava. Le indagini, anche statistiche prosperavano. Evidenziando differenze significative tra coloro che abitavano nei pressi delle stalle, rispetto a chi abitasse distante. Uno studio sosteneva che ogni anno morivano a New York (fonte Tom Standage, «The Guardian», in «Internazionale», n. 1436) circa 20.000 persone per colpa dei miasmi. Qualcosa di simile, un paio di secoli prima, scriveva l’abate Giuseppe Parini ne “la salubrità dell’aria”, tra le sue Odi civili più belle, parlando della mefistofelica Milano.

A peggiorare le cose, nelle grandi metropoli, erano le carcasse degli animali che morivano per strada che venivano abbandonate per giorni, prima che venissero fatte a pezzi e rimosse. Sempre a New York si parla di 15.000 bestie all’anno, che stramazzano al suolo.

Nei libri di storia, relativamente all’inquinamento, si parla sempre di industrializzazione e carbone, tra Settecento e Ottocento, mai di cavalli e sterco. Persino l’aumento delle linee ferroviarie, con il forte aumento delle merci trasportate dai treni esasperò ancor più l’uso dei cavalli, poiché nel piccolo cabotaggio urbano, la distribuzione doveva essere affidata a dei “rider” ante litteram, i cavalli appunto, per l’ultimo miglio. Era talmente importante, per l’economia del tempo, l’energia animale che quando si diffuse nel 1872 un’epidemia equina, per settimane le strade ritrovarono il loro antico splendore, ma la società si riscoprì più debole, e prese atto della dipendenza economica dell’intero sistema dall’Equus ferus caballus. Agricoltura, industria e commercio, ma anche scambi e vita sociale. I bidepi dipendevano dai quadrupedi. Che impattavano anche da un punto di vista alimentare. Per sfamarli occorrevano migliaia di ettari da coltivare a fieno e avena. Togliendo campi per la coltivazione di derrate destinate agli umani. I cavalli erano indispensabili, ma insostenibili.

E fu proprio questa emergenza legata a un inquinamento da merda, e alla necessità di sfamarli, a creare i presupposti per una “sostituzione” del cavallo in città. Quando si paventò la possibilità di realizzare “carrozze senza cavalli”, ossia l’automobile, l’intero sistema produttivo ci si fiondò sopra.

Ciò che adesso, l’automobile, viene visto come tra i responsabili dell’ammorbamento dell’aria (produce il 17 per cento di anidrite carbonica), tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, venne considerata una geniale manna che avrebbe risolto definitivamente l’invivibilità delle città. La tecnologia “positiva” avrebbe sollevato l’uomo dalla merda. Lo avrebbe ripulito.

Nel 1897 la macchina più vendita negli Stati Uniti era un veicolo elettrico, la Columbia Motor Carriage (in foto). Superava i concorrenti alimentati a vapore o a combustibile fossile. Vi era persino un taxi elettrico, l’Electrobat, realizzato da due scienziati, Pedro Salom e Henry Morris, fervidi sostenitori della superiorità dell’elettrico sulla benzina (che richiedeva catene, tubi, pulegge, cinghie ecc.) Ma la società dopo una serie di fusioni, e qualche finanziamento illecito, fallì. L’elettrico resisté per un po’ di tempo, rivolgendosi a un mercato di genere. Erano le vetture semplici che potevano essere guidate da chi non aveva competenze meccaniche. Le donne. Si diffuse, nel 1910, la Babcock Electric. Furono commercializzate anche la Detroit Electric e la Waverley Electric. Il limite principale di queste vetture era la batteria e la durata della sua ricarica. Inutili i tentativi di Thomas Edison di trovare un’alternativa agli accumulatori di piombo acido, pesanti e grossi.

Le vetture elettriche lentamente vennero abbandonate.

La carrozza senza cavalli, invocata come panacea da un mondo inquinato e puzzolente, sconfisse il nobile amico dell’uomo. Dopo migliaia di anni, di rapporto simbiotico, il centauro sacrificò la parte animale sull’ara del progresso, scegliendo una soluzione che avrebbe eliminato (ingenuamente) l’inquinamento urbano. Ma non scelse l’opzione elettrica.  

È passato più di un secolo. L’inquinamento prodotto dal cavallo meccanico si è scoperto essere ancor più pericoloso e insidioso di quanto non si sospettasse. Risolveva un problema, ma ne ha determinato altri, ben più gravi.

Come nel gioco dell’oca, la spirale ci ha portati nella casella 58 (lo scheletro), riportandoci alla casella di partenza, la numero 1. Stavolta c’è poco da distrarsi al bivio. Visto come siamo messi a livello globale.

Per cui ben venga (ritorni) l’elettrico.

O ritorniamo al cavallo?

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