LA GRANDE ILLUSIONE

Una mattinata lenta, un po’ pigra, mi siedo sul divano e sfoglio il telefono; do’ un’occhiata ai social, mi ricompaiono dei contenuti dello scorso anno, la mia memoria si attiva e mi sommerge come un’ondata improvvisa, un riepilogo vorticoso di persone, sensazioni, fatti, avvenimenti di quest’anno ormai giunto agli ultimi istanti.

Quando questa onda di memoria si ritira mi lascia sulla bocca dello stomaco una sensazione inconfondibile, spiacevolmente riconoscibile, di delusione.

Cerco di scacciarla via ma niente, mi si piazza sulla bocca dello stomaco e resta lì come un bel masso pesante che mi sfida a digerirlo se ci riesco. Provo a riflettere e mi convinco di affrontarla, analizzarla nella speranza di digerirla, se ci riesco.

Quando inizio a riflettere mi rendo conto che essa è diversificata, stratificata, settoriale, la parte peggiore è, spiacevolmente, quella personale.

Mai come quest’anno ho intersecato persone che si sono mostrate inadeguate, scadenti, spesso inutilmente scadenti il che è anche peggio.

Ho allontanato da me diverse persone in questi anni, alcune che mi erano e sono tutt’ora care, dalle quali mi sono ritratto per spirito di sopravvivenza osservandole da lontano dare il peggio di sé, eppure quest’anno, da questo spiacevole punto di vista, mi appare particolare, peggiore del solito.

Il social network da questo punto di vista è devastante, sebbene tutti in qualche misura proviamo a rappresentare una nostra sorta di “immagine pubblica” c’è chi sembra davvero dimenticarsi di avere intorno a sé non solo conoscenze virtuali e nella foga di autorappresentarsi come paladino della correttezza, della generosità, della bontà, dell’intelligenza e dell’impegno disinteressato trasforma, agli occhi di chi lo conosce davvero, quel tentativo ipocrita di rappresentarsi meglio di ciò che è in una maschera grottesca, tragicamente deludente.

In realtà questo sentimento di delusione è più largo di quello che può sembrare, di fatto sembra essere un segno caratterizzante del finale di questo 2021 che credo possa essere definito l’anno della grande illusione.

L’anno scorso uscivamo dal lockdown, diciamo la verità eravamo tutti più speranzosi, il Natale, le riaperture, sembrava quasi che il più fosse fatto e invece…

Invece nel corso dell’anno le nubi che sembravano lentamente diradarsi sono tornate a farsi minacciose, con l’aggravante che in troppi, contando sul lieto fine, si sono sentiti liberi di cercare una posizione che li differenziasse, finita la grande paura è finita la solidarietà, è finita la pazienza, è partita la gara a smarcarsi per differenziarsi.

A distanza di undici mesi ci ritroviamo di nuovo sulla soglia del baratro e nel frattempo tutto ha preso quell’inconfondibile, disgustoso odore che aleggia intorno ai rifiuti abbandonati da tempo e in via di marcescenza.

In fondo in fondo i meno pericolosi sono i NoVax, al pari dei terrapiattisti, degli adepti di sette e di santoni, hanno una credibilità minima, i peggiori sono i contestatori, i teorici della libertà, gli zufolatori dell’etica che, naturalmente, è solo quella pubblica perché nel privato ognuno vuol le mani libere per sé.

Le discussioni sono artificiose, prive di sostanza, zeppe di non detti e di secondi fini, trionfalmente demagogiche, del tutto prive di alcuna utilità. Francamente il tono delle discussioni, delle affermazioni sembra soltanto utile a sfogare la rabbia, la frustrazione e nient’altro.

In un’Italia politicamente allo sbando, ben lungi dal mostrare i prodromi di una qualsivoglia ricostruzione politica, tutto è diventato oggetto di contesa, tutto è politico nel senso più deleterio, i virologi si arrogano il diritto di indicare soluzioni alla nazione e i politici di valutare il valore delle scoperte scientifiche, assegnandogli affidabilità a seconda della convenienza alla personale tesi del momento.

È un generale “ognun per sé”, nazioni, politica, scienza, economia, persone, ciascuno a suo modo mi sembra alla ricerca di una posizione atta a garantirsi un vantaggio, mai come in questo frangente pandemico la voce degli organismi internazionali, quelli pensati proprio per far fronte alle questioni mondiali, suona flebile, priva di potere, finanche di quello della denuncia dei soprusi, o della proposta.

La grande illusione del mondo globalizzato interconnesso nel bene e nel male compare in tutta la sua ipocrita meschinità, differenziando le nazioni del mondo per ricchezza, dimostrando ancora una volta che la via preferita è sempre quella dell’homo homini lupus.

A conti fatti, nel mio piccolo, anche io ho contribuito a questa sensazione di delusione, mi sono ritirato più di quanto non sembri, mi è diminuita molto la voglia di combattere; di fronte alle contrarietà, alle delusioni, alle mancanze, ho preferito quasi sempre ritrarmi, mi è mancata la voglia di recuperare.

Insomma, di fronte a questa ondata di “ognun per sé” che ho intercettato anche nel mio piccolo, non sono stato all’altezza, mi sono incupito e non ho reagito come avrei fatto in altri momenti.

Sono convinto che la delusione sia la sensazione di chiusura di questo anno, a dispetto di come va l’economia, di come va la pandemia, di come gira il conto in banca, il nostro è un paese deluso; direi innanzitutto da sé stesso, dalla sua capacità di incidere su ciò che lo circonda, incarognito dalla continua disillusione delle proprie aspettative.

Il contraltare di questa delusione è un’ansia di riscossa ad ogni costo, vedo molti, troppi, impegnati a conseguire ogni singolo obbiettivo, anche piccolo, ad ogni costo, lasciando da parte i sentimenti, il rispetto per gli altri.

Questa ansia di arraffare un risultato, quale che sia, espone a errori, porta a comportarsi in maniera deludente, esponendosi al giudizio degli altri, che è sempre severo verso l’esterno, e a conseguenze nei rapporti che, quando esplodono in conflitti aperti, ci sorprendono, evidenziando quanto, nell’ansia del risultato, diventiamo inconsapevoli degli errori compiuti.

Questa pandemia non ci ha fatto bene, troppi di noi hanno perso il senso della misura, troppi frustrati per mille giuste, sacrosantissime ragioni, paure, situazioni, cercano essenzialmente uno sfogo e nella smania di esporre al mondo le ingiustizie che ritengono di aver subito, dimenticano quelle enormi che vengono fatte ad altri, e diventano ingiusti a loro volta.

Non credo esista un vaccino contro questa sensazione e le conseguenze si vedono.

Ai confini della mia personale cittadella il fossato si slabbra, si frammenta; vivo i cambiamenti della mia vita e della vita delle persone a me più care con difficoltà, le vedo andare lungo la loro strada e provo un senso di abbandono immotivato, inevitabilmente spiacevole.

Cerco una spalla a cui appoggiarmi ma sono un pilastro stanco, mi manca un “come stai?” chiesto non per forma, ma con vera empatia, quello che ormai nessuno di noi (o quasi) usa più, dando sempre per scontate cose che in realtà non lo sono mai.

Ma domani, al più tardi lunedì, tutto questo sarà passato, la fine dell’anno con il suo consueto carico di memoria, rimpianti, speranze sarà già dimenticato proiettando ciascuno di noi nella vita di tutti i giorni.
Per l’anno nuovo un solo proponimento: vivere, magari con un pizzico di empatia per il prossimo. Per il resto “adda passà a nuttata”, tanti auguri a tutti.

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