Oggi desidero parlarvi del folle sistema scolastico turco e della carriera universitaria.
In questa storia ci sono due parole chiavi: la prima è resistenza e l’altra è rassegnazione.
Agli studenti turchi non è permesso sbagliare, nossignore, ma se poi infine sbagliano e falliscono la loro vita prende una piega tale che l’unica maniera per andare avanti é rassegnarsi al proprio destino e fare del proprio meglio.
In Turchia a decidere cosa devi studiare e in quale città è un esamone di nome YGS (yeghese) che si affronta al termine del liceo. Ogni studente arriva al cospetto della grande prova con un bagaglio di punteggi che inizia a raccogliere dalla quarta elementare, la lotta è ardua e solo alcuni riescono a vedere realizzati i propri sogni. Per capire meglio la pressione psicologica di un sistema del genere ho provato a traslarlo sull’Italia. Ho diciotto anni, non faccio l’esame di Stato ma una specie di esame attitudinale, con tutte le materie e tempi strettissimi e insomma molto complicato; esce la graduatoria, seguo la colonnina del mio nome e leggo: scienze sociali Pavia, oppure giurisprudenza Cagliari, oppure lettere Trieste. E o ci vado o ci vado, non importa se volevo fare lingue, o medicina o economia. C’è una certa solitudine nel constatare che lo Stato mi obbliga a un percorso, che non mi lascia scegliere, e un certo coraggio nell’affrontare la partenza verso un posto che forse è a millecinquecento chilometri da casa mia. Forse invidierei a lungo quelli che invece hanno vinto Milano, Bologna, Roma o Napoli.
In Turchia va così: fino in terza elementare tutto ok, se l’esamino va male pacca sulla spalla e retorica: sbagliando si impara; ma con gli esamini della quarta elementare i voti alti significano un passo in più verso il traguardo. Tangibile anche l’ossessione dei genitori impensieriti che hanno fatto esperienza sulla propria pelle e sanno bene che anche se hai solo nove anni, figlio mio, il tuo futuro è adesso. L’ansia aumenta e la situazione si fa calda: dai nove ai tredici anni si accumulano punteggi per passare l’esame di terza media e guadagnarsi un liceo prestigioso (e per lo più privato ma non un privato tipo CEPU, un privato stile scuola privata americana). La lingua ci è testimone: lise kazandım: ho vinto il liceo, è proprio una conquista finire nel liceo desiderato. Una volta al liceo, la corsa ai punti riparte per portare a casa un buon risultato al concorso per l’università, il temibile YGS. Un solo giorno, un solo esame, una sola possibilità, un solo punteggio e si decide la vita dello studente.
«Ma io volevo fare l’avvocato!»
«Eh, ma il computer dice che non è vero».
La graduatoria prevede range di punteggi e ogni range consente l’accesso a determinate facoltà. A parità di punteggio con le altre migliaia di studenti dello stesso anno si guarda il cv scolastico e lì, squillo di trombe. Per farla breve: le aspirazioni valgono solo se concordi al punteggio dello YGS.
Quando vado al liceo per somministrare gli esami di italiano B1, propedeutici all’ingresso nelle università italiane, sento cose come: «beh non è che abbia scelto io di fare italiano, a dire la verità avrei voluto fare la scuola francese o tedesca ma non mi bastavano i punti». Quindi sappiate che secondo il sistema turco oltre a facoltà più o meno nobili ci sono anche lingue che valgono più o meno di altre.
Ma cosa c’è sotto questo strambo sistema scolastico? Prima di tutto una grande spaccatura sociale tra chi ha i mezzi per le scuole private (elementari e medie) e chi no. Che differenza fa? La fa, perché vuoi o non vuoi il vantaggio della scuola privata è l’elasticità dei voti per cui si arriva all’esame di ingresso ai licei avvantaggiati rispetto agli studenti delle scuole pubbliche; va da sé che la sensazione è quella che se sei in gamba ma non hai i mezzi è come se tu sapessi che hai perso ancora prima di iniziare. In questa società pare che sia vietato cambiare idea e che il trucco per la serenità è allenarsi a farsene una ragione. L’istruzione, il pensiero critico e l’approccio alla materia è secondario perché prima di tutto c’è l’esame e bisogna passarlo, è questo il must. Quindi la cosa funziona così: fin dalla terza elementare ogni mese c’è una prova generale d’esame con tutte le materie perché, come per la scuola guida, è importante capire come si fa questo maledetto esame e non come si guida. La prova dura due ore, al termine ogni candidato consegna la griglia delle risposte che, sigillate in busta chiusa, viene inviata a un organo superiore che non ho ancora ben identificato.
Nutro un certo rispetto per questi studenti di otto anni che anneriscono cerchietti in griglie che io invece penso di aver visto la prima volta a diciotto anni al test di ingresso all’università e che ho ricontrollato cento volte prima di consegnare. Sono degli eroi questi ragazzini. Ora detto tutto ciò uno si aspetterebbe bambini robot come in Another brick in the wall e invece sono perlopiù pasticcioni e piantagrane, sfrenati e paciocconi come tutti i bambini del mondo salvo poi alle superiori capire l’andazzo e uscirsene con frasi come «prof. prendo dei calmanti, sono stressato, non posso fallire». Cari ragazzi, siete forti e in un modo o nell’altro ce la farete.