“LA RIVOLUZIONE SIAMO NOI”….IL FILM DI ILARIA FRECCIA SU QUANDO L’ARTE DIVENNE IN ITALIA CONCETTO E LOTTA….E SIAMO NEL DECENNIO 1966-76

Si vede nelle primissime sequenze un giovanissimo Michelangelo Pistoletto in saio indiano e con un fischietto in bocca che se ne va in giro  per le strade di Amalfi annunciando un mondo senza guerre. Invece Alighiero Boetti  su una spiaggia della “divina costiera” spiega  la sua installazione  fatta con materiali di scarto, ma pensata sulla centralità  del comportamento  dell’artista. Quindi negli spazi degli Arsenali amalfitani  il critico Germano Celant (anche lui giovanissimo) commenta su  un’ arte che si va liberando dalle norme prestabilite e dalle strutture del potere,  un’arte che esce  dal quadro e dai canonici luoghi della sua diffusione (gallerie, musei)  per farsi  “povera”  creando un processo in cui  l’azione dell’artista diventa preminente  e più importante dell’opera stessa e dei materiale adoperati. Sono immagini che si possono definire inedite della prima grande esposizione di “Arte Povera” che, in risposta alla contestazioni che c’erano state alla Biennale di Venezia,  si tenne  per tre giorni ad Amalfi nell’ottobre  del 1968 , dando  all’arte contemporanea un  impulso ed un’ accelerazione  per un nuovo corso che già da qualche anno aveva iniziato a prendere consistenza nel nostro Paese. I frammenti filmici  su quella storica mostra –  curata da Germano Celant, ma ideata da Marcello Rumma, un giovane ed eccentrico  intellettuale salernitano che si toglierà la vita due anni dopo –  assumono  un forte fascino (anche per la pulizia del bianco e nero) ne “La rivoluzione siamo  noi” (2020) che la regista  Ilaria Freccia ha girato su un soggetto curato insieme al  critico e  storico dell’arte Ludovico Pratesi. Prodotto e distribuito dall’Istituto Luce Cinecittà e  presentato fuori concorso  all’ultimo Festival di Torino, il docu-film  è montato su una notevole  quantità di materiali degli archivi e  delle cineteche, nonché su testimonianze  del presente e dell’epoca di artisti, critici, galleristi (tra gli altri Michelangelo Pistoletto, Achille Bonito Oliva, Marina Abramovic, Arrigo Boetti,  Pino Pascali,  Mario Merz,  Lia Rumma, Lucio Amelio, Tucci Russo, Germano Celant, Joseph Beuys, Jannis Kounellis, Andy Warhol, Hermann Nitsch).   Ilaria Freccia rimonta la messinscena di un decennio in cui l’arte  promossa in Italia  conquista una  risonanza internazionale ed intercetta  i forti fermenti che investono pure  teatro, cinema, musica. E’ un momento in cui l’arte viene vissuta e percepita come impegno civile, espressione delle trasformazioni politiche e sociali. Per Pistoletto non ci sono giri di parole  l’arte    “è sempre politica”,  invece per  la  gallerista Lia Rumma   “ l’ arte non è politica, ma  può esercitare un suo ruolo politico”, una funzione di intervento evidenziando con il proprio linguaggio le contraddizioni della realtà.  “La rivoluzione siamo noi” (che riprende un motto di Beuys del 1971 e trasformato poi in manifesto dal gallerista napoletano Lucio Amelio ) è più in profondità  una viaggio che da Venezia ad Amalfi si sposta, quindi, verso Torino, Roma, Milano e Napoli, le città che in quel decennio (1967-77) di grandi innovazioni  la concettualizzazione di un’opera d’arte  diventava pensiero,   stimolo,  mentre una performance di Pino Pascali,  Marina Abramovic o Hermann Nitsch  poteva  coinvolgere  nell’ azione lo stesso pubblico tale da renderlo non più spettatore, osservatore ma protagonista di un “nouveau realisme” in cui verificare costantemente il proprio grado di esistenza.

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