Intorno a me. Turbinii tossici. Venefica polvere. Mi siedo sul divano. Sollevo sbuffi di sostanza morta. Pulviscoli cancerosi ruotano silenziosi. La luce appassita, filtrata dalle persiane, li illumina. Una tempesta di sabbia fine. Non devo lasciare che il mio pensiero indugi su questo vorticare scomposto. Rischio che la mia coscienza si frammenti in un milione di particelle senza senso. Che si mescoli a questa danza immonda.
Mi alzo e vado allo scaffale.
Strati di grigia minaccia ovunque. Il panico è un predatore paziente. Attende, accovacciato in un angolo della mia mente. Sotto la mascherina ho un prurito insopportabile. Non prendo nemmeno in considerazione l’idea di sollevarla per grattarmi. Afferro un libro. Sento il frusciare di materia incosciente sul lattice dei guanti.
Nausea. Mi gira la testa. Il libro mi sfugge di mano. Cade ai miei piedi. È come un’esplosione. Si irradia, prepotente, per tutta la stanza. Fumo rarefatto. Resto immobile e mi lascio investire dalle scorie residue della detonazione. Una patina di polvere mi ricopre. Mi inginocchio. I miei movimenti contribuiscono ad alimentare quest’entropia tossica. Granuli informi mi ruotano intorno come satelliti. Raccolgo il libro. Rialzandomi, istintivamente, mi spazzolo con la mano libera i pantaloni. I residui incastrati tra le fibre di tessuto adesso sono sui guanti. Il solo pensiero mi scuote da capo a piedi. Poso delicatamente il libro sul divano e con la mano aperta davanti al petto corro verso il bagno. L’acqua fa scorrere gli ignobili granuli attraverso lo scarico del lavandino. Mi sfilo tutti e due i guanti. Adesso lascio che l’acqua scorra direttamente sulla pelle. Mi passo la mano bagnata sulle labbra e sul viso.
Apro l’armadietto servendomi di uno straccio, tirato fuori dalla tasca. Non voglio contatti con quelle maniglie infette. Mi infilo un nuovo paio di guanti. Prendo il flaconcino di collirio. Verso alcune gocce in entrambi gli occhi. Pinze metalliche in micro-resina e acciaio li lasciano perennemente aperti. Non posso lasciar chiudere le palpebre. Granelli, minuscoli ingranaggi taglienti, danneggerebbero cornea e pupilla.
Torno nella stanza. Porto con me il flacone. Mi siedo sul divano ed inizio a leggere. Lo straniero di Camus.
“In fondo non c’è idea cui non si finisca per fare l’abitudine.”
Leggere era un’attività a cui si dedicava volentieri prima della piaga. Ma adesso questa semplice azione ere diventata una tortura. Pochi minuti e gli occhi iniziano a far male. Prima un lieve fastidio. Poi un bruciore via via più intenso. Verso altre gocce.
L’aria intorno a me è malata.
Inspiro: un fiume grigio, urticante, si riversa nei miei polmoni. Li graffia dall’interno.
Espiro: una tempesta esce dalla mia bocca, sento i granelli di polvere urtare i denti prima di tornare a levitare, disordinatamente, per la stanza. Una nevicata corrotta mi avviluppa.
Nel tempo in cui sono rimasto seduto, strati di materia malvagia si sono depositati sui miei vestiti, sui miei capelli. E quel che peggio sul mio viso. Solo la mascherina ha creato una zona protetta. Pulita. Mi alzo. Ho un urgente bisogno di rinfrescarmi. Vado in bagno. Tolgo i guanti. Tiro fuori dalla tasca destra un secondo straccio. Apro il rubinetto e lascio scorrere l’acqua sulle mie mani. Mi tolgo i vestiti con grande attenzione. Provo disgusto per quei cenci coperti di cenere malsana. Riduco al minimo il contatto. Utilizzo per lo più la punta dei polpastrelli. Forse avrei fatto meglio a non togliere subito i guanti. O a usare lo straccio. Nella fretta non ho pensato queste soluzioni. Mi infilo nella cabina della doccia. Il Sancta sanctorum della mia salvezza liquida. Sgancio le pinze dagli occhi e le poso su un ripiano abbastanza protetto, in una specie di nicchia. Le palpebre sono indolenzite. Tolgo la mascherina. L’acqua è prima uno stiletto ghiacciato e penetrante, poi una pioggia benefica. Forma una cupola confortante sulla mia testa. Finalmente posso chiudere gli occhi. Il buio è un rifugio accogliente. Resto così per un po’ poi li riapro.
Da quando sono sotto la doccia? Non saprei dirlo. Ho perso la cognizione del tempo. Deve essere comunque parecchio perché avverto brividi insistenti lungo la schiena e le dita sono livide. Devo uscire. Metto un piede fuori ma scivolo sulle mattonelle. La testa urta con violenza il lavandino. La vista mi si appanna e poi si spegne.
Gocce su gocce, su gocce.
Riprendo coscienza. Il lavandino perde acqua. La testa è un reticolo di dolori, ma non è questo il peggio. Il fatto è che non riesco a muovermi. Sono riverso sulle mattonelle del bagno a fissare il soffitto. Riesco solo a ruotare un po’ il collo. Ma ogni movimento mi invia fitte lancinanti. Una pioggia grigia e repellente cade dall’alto. Sono nel pieno di un oscuro maelstrom.
Gocce su gocce, su gocce.
E intanto la polvere si accumula sulla mia nudità. Provo ad urlare, ma le vibrazioni servono solo ad agitare ulteriormente il turbinio maligno che mi sovrasta. Rimango in silenzio ed aspetto.
Gocce su gocce, su gocce.
Da Nero.24 rintocchi a mezzanotte, Editrice Albatros Il Filo, 2011