Un “Nitrito” metropolitano di Rabbia e Dolore

A Gael

Come narrarci/narrare questi tempi dopo la crisi delle narrazioni e il cambiamento generale di senso (ne parlava anni fa Lyotard nella “Società Postmoderna”), dopo che i vecchi hanno smesso di raccontare ai più giovani, un po’ perché si vergognano e un po’ perché hanno poco da raccontare? Tra quelli che “narrano”, oggi  ci sono troppi frivoli cicisbei che si “infilano” nella letteratura di genere, che infestano i programmi televisivi, con un “cazzeggio” post “rothiano” (senza averne lo spessore e la raffinatezza), spesso tromboni riciclati che qualche volta malgrado loro, come orologi rotti, azzeccano anche un’opera significativa ma senza “nerbo”, con poca “cazzimma” (a tal proposito c’è nel libro un episodio proprio dedicato ad un noto scrittore italiano e al suo entourage di leccaculo) e proprio per questo vengono riproposti continuamente dal mercato, come detersivi, anche quando non hanno più niente da dire. Blanchot parlava di “Eterna ripetizione/Après coup”.

Poi arriva un ultratrentenne, arrabbiato che ti costringe a guardare dentro la vita reale, in maniera brutale, lo fa con un garbo metropolitano alla carta vetrata, con l’indifesa durezza dei nostri figli, ti rompe il giocattolo, ti dice, senza chiederlo direttamente: ma che c…. di mondo ci avete lasciato?

Ci costringe a fare i conti con le sconfitte della nostra generazione, con tutti calci in culo presi nel dare l’assalto al cielo ( ma almeno a noi resta la gioia e il divertimento di quei giorni), con quello che siamo oggi. Lo fa da una città che era il simbolo di un vivere diverso, ridiventata bottegaia e mercantile fino al midollo, utilizzando uno strumento antico, la lettera d’amore, l’amore al tempo della devastazione del neoliberismo, dopo il riflusso generazionale dei Social Forum, di Genova, con gli occhi di chi quegli avvenimenti non li ha potuti vivere per motivi generazionali (ci vuole fortuna  pure a nascere).

Non è la semplice “eterna” riproposizione del dramma edipico, è qualcosa di più. La struttura narrativa è quella del romanzo epistolare, una lunga epistola di amore che chiede “brutalmente” di essere ascoltata, i romanzi epistolari sono l’ideale per raccontare la vita, funzionali nei passaggi storici importanti, sostituiscono i “racconti” davanti al fuoco di una volta, sono il passaggio mai completamente consumato dal mondo contadino alla società borghese, si rivolgono intimamente ad una o poche persone per parlare a tutti, perché abbiamo bisogno di persone che ci parlino direttamente, perché siamo tutti disperatamente soli.

 Tobia Wilson Iacconi Gabriellini sceglie una sigla per firmare il suo libro, non per vanità modaiola, credo, perché questa generazione senza identità ormai una nuova identità deve costruirla dal nulla, t_w_i_g, in minuscolo.  Aveva meno di dieci anni quando in quella stessa città migliaia di giovani “visionari” tentavano di costruire una utopia vivente, cercando di coniugare politica e felicità, cercando di sfuggire ad un orizzonte che appariva plumbeo e dentro cui molti furono spinti, loro malgrado, dal “potere”, calpestati, consegnati al terrorismo, alla disperazione o all’autodistruzioni della droga perché nessuno era in grado o voleva “dare” risposte. Si preferì la repressione, come è avvenuto più di vent’anni dopo a Genova e come sempre avviene quando il “potere” avverte il pericolo. “Loro” sono il prodotto anche di quei “fatti” e ci chiamano alle nostre responsabilità.

Nitrito va letto dolorosamente, “penitentemente”, è letteratura “civile” potente, è un grido che va raccolto, proprio oggi che quella generazione non omologata, resistente, precaria, dolcissima, ce lo chiede in un panorama sempre più desertificato, anaffettivo, “nullizzato”,  reso ancora più ostile dalla pandemia.

Una lettura non facile, a tratti sgradevole, fatta di malessere , sesso rabbioso respirato come aria, ricerca disperata di un piacere consolatorio, resistenza, malattia e nello stesso tempo di “vita”, quella vera non quella che ci raccontano e ci raccontiamo spesso nei media mainstream, social compresi.

Perché solo la cultura ci potrà salvare e …..”al culo tutto il resto” (come dice quel vecchio poeta Bolognese)

❞𝐑𝐢𝐜𝐨𝐫𝐝𝐚 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞, 𝐝𝐨𝐥𝐜𝐞 𝐋𝐮𝐜𝐫𝐞𝐳𝐢𝐚, 𝐩𝐨𝐢𝐜𝐡𝐞̀ 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐨𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐮𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐨 𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐢 𝐬e𝐧𝐭𝐨 𝐢𝐧 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐫𝐭𝐢: 𝐢 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫𝐞: 𝐄 𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐞𝐬𝐢𝐚 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐠𝐞𝐫𝐦𝐨𝐠𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐬𝐭𝐞𝐥𝐨. 𝐏𝐨𝐢𝐜𝐡𝐞̀ 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐢 𝐬𝐚𝐫𝐚̀ 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐟𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐧𝐚𝐫𝐜𝐨𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐭𝐚𝐥𝐞, 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐦𝐨 𝐦𝐚𝐢 𝐩𝐨𝐫𝐫𝐞 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐥𝐞𝐧𝐝𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚❞. ( 𝐍𝐢𝐭𝐫𝐢𝐭𝐨, _𝐓_𝐖_𝐈_𝐆_, 𝐀𝐠𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚 𝐗 , 𝟐𝟎𝟐𝟏)

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