L’abbigliamento in Turchia

C’è una grande confusione di idee quando si parla del vestiario dei turchi.

In una foto scattata ai bei cancelli di uno dei palazzi imperiali si vede una turista saudita con un lenzuolo nero. Oggigiorno con una foto alla mano è ormai molto facile creare un fatto: Guarda quella! Allora è vero che in Turchia la gente gira col burqa!

Questo pregiudizio si estende anche all’architettura, le case (o le vesti!) di Istanbul ce le immaginiamo tutte sorprendenti con guglie e cupole invece il più delle volte sono rettangoli grigi con finestre senza imposte o grattacieli di vetro e acciaio tutti un po’ disordinati, cresciuti come funghi.

Gli abiti dei turchi sono sobri, essi vestono all’occidentale anche se dietro ogni scelta di stile c’è un concetto che rimanda ad un mondo familiare più o meno conservatore o più o meno laico. A lavoro gli uomini indossano pantaloni e maglioncini nelle scuole, oppure giacche e cravatte nelle banche e negli uffici, giacca e camicia i camerieri e il personale di sala nei ristoranti di ogni sorta; nei Bazar mi capita di fare caso alle scarpe di vernice dei commercianti, a volte con la punta allungata. Niente turbanti però o sciabole nella cintura dei pantaloni.

In una megalopoli cosmopolita la gente si sente libera di indossare più o meno qualsiasi cosa e tuttavia c’è, a mio avviso, uno stile ricorrente tra le giovani donne on the road che ogni giorno si spostano a piedi: per esempio lo stivaletto basso o la scarpa da ginnastica (sempre linda e pinta, Adidas o Skechers per lo più) sotto il completo da ufficio con il berretto un po’ infeltrito sul giubbotto di lana ampio e un po’ malandato ma profumato di ammorbidente. Lo smog e i mezzi di trasporto impongono lavaggi frequenti e l’abbigliamento un po’ sciatto è in realtà un life style medio alto soprattutto quando è accompagnato da manicure e messa in piega e da accessori e bigiotteria di grido. A volte Istanbul mi sembra un po’ Brooklyn come l’ho vista in tv nei film americani. Nei negozi alla moda spopolano i golfini corti e larghi e i pantaloni a due colori con una gamba di jeans e una di velluto, i felponi abbondanti con i personaggi Disney o Marvel e i cerchietti doppi con le nocche legate in cima. Il cappotto di panno nero, raffinato, con la chiusura a doppio petto è stato per anni un abbigliamento di preferenza delle donne velate (cioè con i capelli coperti) ma da quest’anno la moda lo ha proposto a tutti spogliandolo di questa caratteristica. Il suo corrispondente estivo, l’impermeabile beige, è un capo che vedo spesso indosso alle donne anziane (le teyze), di solito sempre contraddistinte da buste di spesa di quindici chili per mano. Nei quartieri popolari le teyze di ritorno dal mercato le chiamano Penguen (pinguini) per l’andatura dondolante alla quale i pesi trasportati le costringono.

Gli universitari sono naturalmente lo specchio più attendibile della società, in molti sfoggiano borse e zainetti di cuoio lunghi e rigidi, meglio se dall’aria un po’ vissuta con le cinghie un po’ storte oppure, viceversa, borse griffate, spesso false ma ottimamente confezionate.

A Istanbul il clima mite non lascia molto spazio agli abiti invernali anche se la neve degli ultimi giorni ha imposto stivaloni e scialli. In Turchia lo scialle di lana è un accessorio romantico, venduto per poche lire all’attracco dei vapur; è un salvavita dall’umidità del ponte e del fianco della nave dove il viaggio è appannaggio di chi ama godersi il mare e i gabbiani più da vicino.

Nella foto, il palazzo imperiale di Dolmabahçe.

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