Io vivo sulla Terra e sono stato concepito da una donna, ma vengo dal pianeta Ut. L’innesto con la specie umana era necessario per l’adattamento. Ho sempre sospettato che qualcosa non andasse per il verso giusto, in me, da quando ne ho coscienza. La verità l’ho scoperta molto tardi. Non posso dire come, perché il racconto otterrebbe il solo risultato di screditarmi agli occhi del lettore. Essere un alieno è un conto, folle è un altro: l’impossibile si digerisce meglio delle banali anomalie, e in più eccita.
Ut è l’unico pianeta della stella Myr, una nana rossa, e questo gli assicura un’ottima stabilità. È più grande della Terra, di una volta e mezza circa, e il suo anno dura appena undici ore. La vicinanza alla sua stella, inoltre, ha fatto entrare in risonanza il periodo orbitale con la rotazione del pianeta attorno al proprio asse, cosicché anche il giorno dura undici ore. Ciò significa che, proprio come fa la luna con la Terra, Ut offre sempre la stessa faccia alla sua stella: da una parte c’è l’inferno e dall’altra solo ghiaccio. Potrebbe sembrare un luogo invivibile, ma l’atmosfera è densa più che sulla Terra, e il tempo, al contrario di quello che si dice, ama creare più che distruggere, cosicché in epoche remote su Ut sorse la Vita. Germogliò nella zona crepuscolare, naturalmente, lungo il largo anello che separa la faccia iper-illuminata da quella buia. Lì c’era acqua liquida, terra fertile e una temperatura costante, pare anche gradevole. Il problema dell’energia non esisteva, grazie all’indice demografico ottimale, all’equilibrio perfetto fra le specie e alla disponibilità di due immensi serbatoi di calore, uno caldo e uno freddo, con una differenza di temperatura enorme. Il cielo doveva apparire con gli stessi colori del crepuscolo che vedo sulla Terra, ma più intensi, anche se agli utiani pare sembrasse sempre pieno giorno, avendo essi un picco di recettività retinica per la frequenza della luce rossa. Fatto sta che, da sempre, prima dell’alba e subito dopo il tramonto io mi sento come fossi davvero a casa. Il giorno pieno mi inquieta e la notte fonda mi devasta.
Su Ut le guerre non esistevano, e governare era un atto di responsabilità che ognuno cercava di evitarsi. C’erano tre linguaggi: uno per dirimere questioni, un altro per evolvere e creare e il terzo, più formale, molto simile alla matematica, per studiare l’universo.
Le nane rosse sono stelle longeve, e la tecnologia su Ut era già molto avanzata quando la Terra era ancora un sasso sterile. Il valore più importante del pianeta era l’amore, ma ci furono invasioni, e in quelle occasioni gli utiani combatterono, coesi, per difendere la propria libertà. Non si può saper combattere senza amare la pace. L’ultimo attacco per loro fu fatale, ma prima di soccombere riuscirono a inviare nel cosmo “nuclei di informazione”, in cerca di altri mondi. Sulla Terra, ne devono essere arrivati un bel po’. Forse, di tanto in tanto, qualcun altro come me lo incrocio anche: potrei annoverare rari eppure ricorrenti casi di particolare simpatia, in cui la facoltà di comprensione reciproca, anche pre-linguistica, va oltre il limiti di questo mondo.
Quando nelle notti d’inverno guardo il cielo verso Orione, sperimento sempre un brivido di nostalgia.