Strano lo è sempre stato il nostro Paese e non solo a guardarlo dall’estero ma anche a guardarlo dall’interno, vista da nord e vista da sud l’Italia non solo appare, è assai diversa. Ciascuno dei tre blocchi in cui è oggettivamente, per ragioni culturali, sociali, politiche, economiche, storiche, divisa la nostra Nazione, guarda agli altri con sentimenti contrastanti, talvolta addirittura ostili e con attitudini predatorie, ciascun campanile guarda all’altro con gelosia, brama di dominio o, nella migliore delle ipotesi, con un sentimento di superiorità.
Il termine Patria, in Italia, indica più un topòs utile a tenere in piedi una nazione artificiosa che il territorio di elezione di un popolo; del resto cosa è che fa di tante persone un popolo?
Gli Italiani hanno deciso che ciò che li fa una nazione è una lingua, hanno eletto il grande Dante Padre della Patria, hanno forzato l’uso del fiorentino in luogo del napoletano o del veneto quel tanto che basta per poter aver una base comune su cui costruire un’impalcatura statuale che è soprattutto fatta di burocrazia, e tanto è bastato.
Non vi ingannino i sentimenti che provate rispetto a quel paio di episodi che vengono raccontati per rinforzare la narrazione della nazione italiana, è vero che sul Carso e sulle Alpi durante la prima guerra mondiale si è forgiata una sottile sfoglia di consapevolezza nazionale, ma è altrettanto vero che ai contadini del sud, al netto della propaganda, di liberare Trento e Trieste non poteva fregargliene di meno e che moltissimi erano lì inebetiti, consapevoli più dei moschetti dei Real Carabinieri che del nemico.
Così come è altrettanto vero che il tanto decantato avanzamento (a detta dei nostalgici del periodo) che il mezzogiorno d’Italia avrebbe avuto durante il ventennio fascista è piuttosto una fantasia atteso che il regime invece di lavorare per migliorare le condizioni di un mezzogiorno arretrato preferì imbarcarsi in avventure coloniali utili a sostenere il tessuto produttivo industriale del nord del paese per la produzioni di armi, immaginando di poter utilizzare le colonie, come in parte fece, come valvola di sfogo della pressione derivante dall’insoddisfazione delle popolazioni del sud d’Italia.
Per carità, le cose sono state certamente più complesse di così, ma la sostanza rispetto alla riduzione delle differenze tra le tre parti del paese non cambia, anche il fascismo come tutto il periodo precedente (senza diventare necessariamente dei neoborbonici) può essere definito “coloniale”, nel senso che il sud d’Italia fu trattato alla stregua della Somalia, fallì o meglio non provò neanche a perseguire il fine di costruire una nazione vera.
La verità è che l’Italia alle classi dirigenti, ai grandi capitali, ai grandi interessi esteri che da sempre mettono il naso e le mani nei suoi affari, va bene così, va bene spezzata, azzoppata e unita.
Per quanto sono certo le mie riflessioni possano essere considerate piene di difetti, di imprecisioni, magari di errori, la verità è che il nostro Paese in realtà è fatto da tre paesi in uno, tenuti insieme da interessi, spesso divergenti, più che da un vero sentimento di appartenenza, di comunità.
Adesso vi starete domandando cosa c’entra tutto questo con l’elezione del Presidente della Repubblica, come si dice -vengo e mi spiego-.
La nostra beneamata “Prima Repubblica” con tutti suoi piccoli/grandi difetti ancora conservava una sottilissima crosta di identità nazionale ereditata dagli eventi del Novecento. La Grande Guerra prima e la disgraziatissima avventura fascista avevano costruito sulla superficie in continua ebollizione delle mille identità del nostro paese una sottile, fragilissima crosta comune, i morti sul Carso, la giornata della Vittoria (la prima e l’unica del nostro Paese), ma anche i dolori, le disillusioni, le tragedie della guerra mondiale voluta da Hitler e condivisa da Mussolini avevano dato ai popoli italiani un paio di snodi storici in cui potersi riconoscere drammaticamente e collettivamente.
Magari sarebbe potuto bastare se, come la Spagna, avessimo potuto rimanere in disparte, ma l’Italia non è la Spagna e la sua meravigliosa, dolce, favorevole posizione geografica, quella che la rende uno dei luoghi geografici più strabilianti del mondo, è anche la sua peggior dannazione.
Da quando ha smesso di essere il centro del potere mondiale, ed oramai sono passati quasi due millenni, è stata continuamente invasa, soggiogata, dominata in maniera diretta o indiretta dalle nazioni più potenti e quindi, ancora una volta, ci siamo trovati lacerati nella guerra intestina che i grandi hanno combattuto per interposta persona per dominare o anche solo per condizionare le scelte del nostro paese.
Questa è la storia della seconda metà del Novecento, con il maggior partito comunista d’Europa eterodiretto prima ed eterocondizionato poi dall’Unione Sovietica da una parte e il maggior partito di ispirazione cattolica eterodiretto prima e etero condizionato poi dagli Stati Uniti d’America.
Troppo perché la sottile crosta nazionale resistesse.
Alla fine i partiti politici che erano l’unica possibile camera di compensazione in cui le ambizioni, gli interessi delle varie parti potevano e dovevano andare a confronto, si sono infranti, autodistrutti dalla insensata e furba strategia che ha segnato la politica italiana sul finire degli anni novanta e, in luogo dei vecchi partiti, sono sorte delle “associazioni” che poco hanno a che fare con parole sempre più vuote, inutili, strumentali, come ad esempio “ideologia”, e sempre più strettamente legate alla parola interesse.
I partiti di oggi sono delle consorterie di interessi, dove la parola politica ha perso il senso di svolgere un’attività atta a promuovere il governo della cosa pubblica ed ha assunto quella di svolgere attività che possa consentire di aiutare sé stessi o i propri sostenitori a ottenere vantaggi, a scalare posizioni di potere, a dirigere l’azione dello Stato a vantaggio di un gruppo o di una parte.
Ormai la carriera politica è indipendente (quasi) dai meriti, se non intesi nel senso deleterio di essere capaci di “fare politica” nel senso ultimo cui ho fatto riferimento, e quelli che impropriamente oggi si chiamano partiti non riescono a innescare quella che una volta si chiamava disciplina di partito, quella che consentiva di fare una scelta ideologica, neanche per eleggere il Capo dello Stato.
Ciascuno degli elettori guarda al suo di interesse, personale, politico e va da sé che quando ognuno è pronto a vendersi al miglior offerente (in senso politico per carità!) diventa praticamente impossibile raggiungere una quadra.
Alla fine la soluzione di richiamare in servizio il buon vecchio Presidente Mattarella è rassicurante nell’immediato ma densa di cattivi presagi per il futuro; resto basito dall’entusiasmo che alcuni hanno rivolto all’idea di un banchiere alla Presidenza della Repubblica, piuttosto di altri che han guardato con aria interessata ad una specie di Zio Fester, un furbacchione che ha fatto finta di voler costruire un partito di centro destra e poi ha tenuto il sacco alla peggior destra della storia del paese, consistentemente contaminata da rigurgiti neofascisti, ricavandone un ruolo di non poco conto nel mondo delle industrie “strategiche” ad alta tecnologia.
Che altro resta? La Presidente del Senato che assicurava che Ruby era la nipote di Mubarak? Oppure una degnissima altissima funzionaria dello stato ma che in questo momento riveste il compito delicatissimo di guidare i servizi segreti? In Italia? Ma avete un’idea delle migliaia di riflessioni cervellotiche e dietrologiche che si sarebbero scatenate? Vogliamo ancora discutere di un vecchio puttaniere in disarmo la cui attività politica è costellata di incidenti di percorso, cattive figure, errori, cadute di stile, tentativi di corruzione, e quant’altro?
Insomma, la Sibilla parlamentaria ha emesso la sua sentenza ed è Mattarella, rassicurante, degno, ma testimone esemplare della complessa situazione politica.
Ora che sarà? Convolerà il centro politico a giuste nozze candidandosi a fare l’ago della bilancia tra sinistra e destra? Tornerà nel ghetto identitario la destra Italiana? Forza Italia e Lega partoriranno un polo liberale a trazione nordista?
Vedremo, a noi poveri mortali non resta che sperare che il buon vecchio stellone splenda più forte che mai e aiuti lo strano Paese.