Oggettivo. La parola che rassicura. La torre che non è scossa dal vento, ma rimane granitica a testimoniare la solidità della vita. La sicurezza di una somma di crepe che scambiamo per mura impenetrabili e inamovibili e che, invece, sono squarciate e attraversate da continue tempeste.
Un inganno. Consapevole e goduto come tutti i veri inganni.
Oggettivo è una parola magica. Un abracadabra che recitiamo per rassicurarci prima di metterci sotto le coperte.
Tutto passa attraverso la percezione. Tutto è un omogeneizzato di stimoli e pulsazioni elettriche. I sensi sminuzzano quello che ci circonda. Il resto, il mondo è un disegno che si crea nella nostra scatola cranica. Ma la nostra testa non è una camera oscura in cui sviluppare foto. Definite nella loro chiarezza. Assomiglia di più allo studio di un pittore. Tratti frenetici da stendere con mano spesso tremante su tele. Imbrattati. Sporchi. Costruiamo universi personali da consegnare all’esterno con la presunzione di aver restituito la copia perfetta del reale. Ma è sempre un pezzo di noi che regaliamo agli altri. Unico e parzialmente comunicabile.
Da dove proviene quello che proviamo in una determinata situazione?
Da quello che siamo. Si potrebbe dire. Da quello che siamo in quel dato momento, sarebbe più preciso. Perché noi ci immaginiamo come un costrutto definito e fissato, un chiodo nel tempo e nello spazio. Ma siamo un fluire continuo di noi. Non un ordinato scorrere di fiume, ma un tumulto d’onda. Un rimescolare di carte. Frammenti passati. Spine sotto le unghia della vita. Improvvise e impreviste modulazioni di frequenze che non immaginavamo ci appartenessero.
Quanto controllo abbiamo realmente di tutto quello che siamo?
Quello che abbiamo è l’illusione del controllo. In realtà le variabili sono talmente tante da rendere anche noi stessi incapaci di leggerci e conoscerci. Questo fa paura, ma ha in sé una potenzialità enorme. Nel nostro essere niente, possiamo essere tutto.