L’Italia è bloccata da tempo, l’incapacità di costruire, o meglio, ricostruire un’etica dell’agire politico tanto di destra quanto di sinistra, la marginalizza, la rende inefficiente, la nostra nazione è sempre di più un mastodonte morente divorato vivo da torme di animali spazzini.
La politica, intendendo per essa l’agire in forme organizzate per portare avanti un processo che, partendo da una visione dello Stato, ne persegua il suo sviluppo nell’interesse della nazione, si è smarrita, la politica di oggi è intesa come l’agire in forme organizzate di gruppi intenzionati ad accaparrarsi il maggior numero di leve di potere, al fine di esercitarlo nell’interesse proprio e dei propri sodali.
Intendiamoci, non è che prima o altrove chi conquisti il potere non pensi anche a costruire un sistema che gliene perpetui il possesso, ma il tutto avviene con una visione strategica, la Francia, l’Inghilterra, la Germania, La Russia di Putin, solo per rimanere al nostro ambito continentale, sono governate da forze/gruppi, magari da un oligarca autocratico, che pur perseguendo i propri interessi è in grado di imprimere alla nazione una chiara direzione, una strategia, un indirizzo.
Questo in Italia non accade dagli anni novanta, con un processo di progressivo decadimento che ha reso sempre più la nostra nazione imperscrutabile nelle sue strategie per gli italiani stessi e per le altre nazioni che approfittano di questa nostra debolezza per utilizzarci quali servi sciocchi dei loro interessi, cosa che accade quasi puntualmente.
I Partiti politici in Italia sono ormai esclusivamente delle consorterie di interessi, lo si vede plasticamente in partiti di cartone come il Movimento 5 Stelle, ma anche come la Lega nella sua accezione di partito nazionale (e poi spiegherò il perché di tale definizione), e in partiti dall’apparenza più strutturata come il PD o FdI senza contare la vasta area ex-democristiana in cerca di un Centro di gravità permanente in grado di aggregare.
Il Movimento 5 Stelle è un guazzabuglio creato in laboratorio, privo di anima, aggregato di una miscela di populismo, arrivismo, ribellismo e ignoranza. Magari nel tempo ha anche costruito qualche competenza che resta però sempre esposta al vento della fronda interna, sono degli Stati Generali in continua ebollizione pronti ad esplodere davanti ad ogni Marat o Robespierre desideroso di potere, sufficientemente astuto e capace di farsi seguire e chiedere la testa del Clavière di turno.
Ho definito la Lega un partito di cartone e sono certo che i più la pensino diversamente, in realtà più che di Lega sarebbe giusto parlare di Leghe. Le leghe sono due infatti, la prima, quella autenticamente strutturata come un partito a somiglianza di PD o FdI, è quella a trazione nordista, si basa su un substrato fortemente identitario che è sempre vivo e vitale e che, se anche può apparire dormiente sotto le ceneri della necessità di darsi una veste presentabile a livello nazionale, è sempre lì pronta a essere l’estremo bunker in cui rinchiudersi per resistere.
Quella Lega, sostenuta da robustissimi interessi economici con la testa al nord, decisi a difendere il loro orticello e magari a dare qualche bel morso a quello dell’Italia centrale e meridionale seguendo un esempio e un modello storicamente consolidato in Italia, è cosa diversa dall’altra Lega, quella che al sud ha imbarcato fuoriusciti, scontenti, seconde linee e uaglioni di bella speranza, provenienti prevalentemente dal bacino del centro destra, che ha una visione che non può essere Milanocentrica.
Salvini sa benissimo che la lealtà delle sue forze meridionali è strettamente correlata con la sua capacità di stare sulla cresta dell’onda, un rovescio elettorale della Lega porterebbe alla liquefazione della sua articolazione meridionale e al riassestamento di gran parte di questi aderenti intorno ad altri nuclei capaci di trasportare i loro interessi.
La Lega, nella sua formulazione nazionale è un partito di cartone che, in caso di una seria battuta d’arresto, finirà inevitabilmente per disarticolarsi tra la sua radice nordista e la sua escrescenza meridionale.
Non meglio di loro se la passano il PD da una parte e il duo FI e FdI dall’altra, in tutti e tre i casi, per ragioni diverse, ci sono grandi problemi di prospettiva, anche se di natura differente.
Per PD e FI il principale problema è la assoluta mancanza di una visione che vada al nocciolo dei problemi italiani, ormai le battaglie parlamentari sono solo vuoti slogan giocati su temi etico/identitari rinunciando del tutto, per incapacità di affrontarli, al confronto sui temi che costituiscono la struttura dello stato: istruzione, lavoro, equità, industria, visione estera.
Per FdI il problema, più che la mancanza di visione, è l’incapacità di formulare un indirizzo in linea con la modernità. FdI è un partito vecchio, anziano, incapace di formulare alcunché di diverso da una visione stantia, superata, novecentesca, legata alla concezione dello Stato Nazione. La profondissima mancanza di cultura che affligge larga parte dei quadri di questo partito fa sì che davanti alla sfida mondiale, davanti al tema della globalizzazione, del contrasto al capitalismo sfrenato, FdI sia incapace di formulare soluzioni che vadano anche solo un passo più in là da un’identitarismo dagli slogan di chiaro retrogusto nostalgico.
Qualcuno dice che la presenza di una donna (Giorgia Meloni) al vertice di questo partito, rappresenti un tratto di modernità. Dissento recisamente anzi, al di là della indubbia capacità di manovra della On. Meloni, ormai in lizza da oltre 20 anni, la circostanza di essere una donna rappresenta, per la leader di un partito identitario di destra, includente robustissime frange afflitte da un cronico nostalgismo, un vantaggio evolutivo. Difficilmente un uomo potrebbe condurre FdI con i modi assertivi, spessissimo sopra le righe, con cui la Meloni conduce, senza essere subissato da paragoni con Mussolini.
Non dimenticate come fu rappresentato Craxi negli anni in cui il PCI e tutta le sue coorti di giornalisti, vignettisti, comici, avendo fiutato il sangue, erano alla caccia del “cinghialone”, come veniva indicato il leader socialista a quei tempi.
Il fez, la camicia nera e gli stivaloni erano il compendio automatico del leader socialista che certo, in termini di politiche portate avanti e di modi, era cosa ben diversa dalla leader del partito di destra.
Potrei proseguire a lungo raccontandovi di quelle che, a mio parere, sono le inadeguatezze del sistema politico italiano tanto a destra quanto a sinistra ma questo pezzo l’ho intitolato rifondazioni e mi pare che questa parte, piuttosto che l’analisi delle miserie (che sono ben note a tutti anche se ciascuno pretende di nascondere le proprie e lumeggiare quelle altrui), sia di gran lunga più interessante.
Bisognerebbe rifondare la politica, tanto a sinistra quanto a destra, ricostruire quel tessuto fatto innanzitutto di uomini e di competenze, capaci di traguardare oltre le contingenze dei propri interessi e, magari senza dimenticarle (siamo uomini di mondo), di cominciare a formulare qualche pensiero sui grandi temi.
La situazione è magmatica, la sinistra che è partita prima nel suo disfacimento, sembra essere leggermente più avanti, ancora nulla è chiaro ma almeno l’orizzonte del consolidamento di un blocco che metta insieme le identità socialiste appare, sia pur sbiadito, all’orizzonte.
Certo però non basta dire “mettiamoci insieme”, a sinistra è necessario ricostruire un’identità. Smarrita quella post comunista, nonostante i richiami di facciata, rimane tutt’ora poco comprensibile a buona parte del mondo militante il significato di identità socialista che viene ancora sofferta come il ritorno di un fantasma che si credeva esorcizzato.
A destra siamo al big bang, lo scontro inevitabile tra Lega e FdI è giunto al suo redde rationem, la destra identitaria che ancora si ostina a non capire che in Italia è trapassata da tempo, nella sua scarsa capacità di comprendere la società moderna, distratta com’è dal continuare a baloccarsi con i balilla e le giovani italiane, confonde i sondaggi con il paese reale, si autoconvince che le componenti centriste, povere poche mosche bianche che ospita al suo interno tanto per fare un po’ di vetrina, possano annullare gli effetti dei tanti, tantissimi che anelano di avere un piccolo spazio di potere per cercare di restaurare qualche balocco rotto del novecento.
Quando investita di ruoli di potere la destra ha dato spesso cattiva prova di sé, spiace dirlo, ma il disastro lucano è evidente e non tanto per gli scarsi risultati che magari erano prevedibili per amministrazioni che cercavano di rompere un monopolio democratico pluridecennale, ma per l’istantaneo cambio di paradigma rispetto ai tempi dell’opposizione. La lottizzazione selvaggia è iniziata immediatamente, per di più con toni e modi di una rozzezza che, in altri tempi, dalla stessa destra sarebbe stata tacciata di arroganza.
Il metodo che si è tanto criticato non solo è stato conservato ma reiterato ed elevato alla massima potenza, i dirigenti di partito si sono insediati su seggiole istituzionali convinti di essere stati nominati viceré della Somalia e con lo stesso piglio hanno considerato il loro ruolo come una piattaforma dalla quale fare politica, comminare punizioni, indicare liste di favoriti e di proscritti.
Il tutto con tale tasso di faciloneria, arroganza e strafottenza, da essere sovente costretti a fare precipitosamente marcia indietro o bofonchiare scuse a mezza voce per cercare di salvare la faccia. Il percorso politico-istituzionale della destra è pieno di precisazioni ex-post, di fraintendimenti, di “non avevo capito”, “non avrei immaginato”, “Volevo intendere altro” che esplicitano, platealmente, la mancanza di cultura politica e istituzionale.
Non casualmente i pochi, pochissimi che si sono distinti, hanno dichiarato poco e bene, hanno cercato di fare (nelle condizioni difficilissime di partenza che onestamente bisogna riconoscergli) e hanno finito per subire gli effetti nefasti della dabbenaggine politica di alcuni compagni di partito.
Infine, c’è il Centro, l’oggetto del desiderio, lo Shangri la di ogni moderato italiano, tanto ambito da tutti quanto funestato dalla mancanza di visione e di coraggio, perso dietro la ingenua convinzione di potersi far strada senza distinguersi, incapace di capire che il centro esiste solo se esiste da solo, guai a schiacciarsi, omologarsi con le ali estreme significa esserne condizionati, catturati, in qualche caso macchiati.
Nel convincimento delle ali destra e sinistra l’area politica che si definisce di centro altro non è che un oggetto da vetrina, è come un’accompagnatrice o un accompagnatore assoldati per far bella figura ad una festa, deve sorridere ed essere carina/o, guai se si permette di avere una preferenza.
Per la Meloni i traditori sono al centro, così come state certi che a sinistra, chi brigava per Casini, è stato guardato con sospetto, in questa visione fissa sulle ali la convinzione che il centro non possa/debba avere strategie si è radicata.
Ma da che mondo e mondo, ogni manuale di strategia, spiega bene che le battaglie si vincono con le ali ma che è il centro che sostiene lo schieramento, senza una falange di opliti ben piantata al centro dello schieramento l’ottimo Alessandro Magno non avrebbe prevalso a Gaugamela.
La rifondazione è difficile, ci vorrebbe una sinistra autenticamente socialista, capace di staccarsi dall’abbraccio mortale delle banche e dei gruppi industriali che appaiono gli unici veri oggetti della sua attenzione al netto delle chiacchiere su diritti e pace nel mondo utili solo ad un concorso da Miss Mondo.
Ci vorrebbe una destra finalmente liberale che tagli ogni cordone con nostalgismi e giustificazionismi novecenteschi, laica, preparata.
Ci vorrebbe un centro che, partendo dalla radice del cattolicesimo popolare, mille volte sventolata in maniera demagogica, fosse capace di far perno su quegli ideali per svolgere il suo ruolo moderatore tra le opposte spinte delle ali per mediare soluzioni utili alla crescita complessiva del paese.
Qualcuno potrebbe, giustamente, obiettarmi che in altre nazioni il modello con due soli schieramenti che si contrastano funziona con successo, che nella contrapposizione politica tra destra e sinistra non c’è niente di male e io posso dire, con piena convinzione, che sono d’accordo ma non per l’Italia.
Il nostro, nonostante tutto, resta un paese politicamente immaturo, le ali estreme, per motivi diversi, restano incapaci di evolversi.
La sinistra non riesce a scuotersi di dosso quella visione internazionalista incapace di concepire gli interessi nazionali come obbiettivi strategici che ha reso l’Italia un nano politico sul piano internazionale tantomeno a concepire una visione del Paese capace di intercettare e risolvere i nodi del sottosviluppo che ne impediscono l’equità sociale e territoriale.
La destra, persa l’occasione storica rappresentata dal tentativo di Fini di trasformarla in un partito liberale, si è ripiegata su una visione identitaria, nostalgista, estrema e populista, sempre più venata di pericolose tentazioni antisistema che finiranno per relegarla indefinitamente all’opposizione.
Questo processo è già iniziato, guardando al piccolo della mia Regione si vede bene come il tentativo espansivo del partito della Meloni è frustrato da flussi e riflussi in entrata e in uscita e nella lenta contaminazione dell’identità con consorterie di interessi pronte a saltare o scendere dal treno a seconda della bisogna.
La vasta area ex-popolare ha perso la spinta propulsiva del mondo cattolico andato in crisi di identità a seguito del processo di secolarizzazione della società (Pasolini aveva ragione ma all’epoca erano troppo impegnati a dargli del pervertito per intuire la portata, la vastità e la modernità delle sue intuizioni).
Il Centro aspira ad essere l’oasi intorno alla quale aggregare le tribù reduci dal disfacimento di antiche aree di potere, democristiani, ex-socialisti, forzisti sperano in una ricostituzione di questo polo di equilibrio politico che, a mio parere, farebbe un gran bene al nostro Paese sottraendolo alle bizze di ali estreme incapaci di costruire strategie aggreganti.
Purtroppo, però, quello che accade è che, anche se questo centro vede ora in scena attori di esperienza (da Renzi a Toti, fino allo stesso Berlusconi) che gli conferiscono capacità politica (la politica non si improvvisa è un mestiere che richiede esperienza) nel medio periodo anche esso è privo di fiato, non vi sono quadri, non vi sono iscritti, non vi è legame con i sindacati, le grandi associazioni cattoliche che costituivano il serbatoio da cui attingere classi dirigenti si sono allontanate.
Più che un’oasi il centro è un miraggio.
Malinconicamente la leva politica italiana è quasi tutta legata al potere economico determinando nei fatti, camuffata da inefficienza, ritardo, conflittualità politica, incapacità decisionale, una dittatura degli interessi/operatori economici sul paese.
Andremo a fondo.
Il mio non è pessimismo ma realismo e la colpa non è della politica giacché essa altro non è che l’espressione dei suoi elettori. Nella mia visione non c’è redenzione, spero che il crollo arrivi prima possibile di modo da darmi ancora la capacità di aiutare chi mi è caro a salvare la vita e a ripulire le macerie.
Ad altri toccherà non ricostruire ma costruire ex novo.