Il tappeto volante esiste, io l’ho visto!
In un viaggio in Cappadocia era prevista una visita ai tessitori di tappeti.
I tappeti in Turchia sono un manufatto che ha una mezza dozzina di nomi a seconda della sua realizzazione. Nei bazar sono arrotolati o appesi in mezzo ad altri preziosi (teiere, ceramiche, stoffe e spezie) cosicché ad un primo sguardo è facile convincersi di essere piombati tra i tesori leggendari di Ali Baba.
In Cappadocia di tappeti ce ne erano un’infinità (prezzi variabili ma comunque molto alti perché erano fatti a mano, tessuti in tempi biblici da più persone insieme). Il più pregiato era un tappeto di Sivas (centro est del Paese), che spiegato occupava una superficie di circa 40 metri quadri. Lo srotolarono in sei. Solo il tappetaio (halıcı) aveva il diritto di calpestarlo, era scalzo. Questo tappeto era davvero notevole e non era neanche uno dei più grandi considerando che nei palazzi imperiali i tappeti ricoprivano saloni interi! Il più bello però era quello piccolo, piegato a quattro come un lenzuolo. Stava tutto in una mano ma gettato in aria si sventagliò da solo e volteggiando con le sue frange a destra e a sinistra si adagiò a terra in un coro di OHH di meraviglia.
«Chi stai cercando scusa?»
«Aladdin! Lo hai visto?»
Non si possono raccontare questi tappeti, bisogna vederli. Quello che vi mostro nella foto di copertina appartiene a persone a me vicine. Si tratta di un cimelio di famiglia (ne posseggono diversi altri per la verità) e si tratta di tappeti lavorati a mano mezzo secolo fa su telai rudimentali e intessuti con filo di cotone bianco e filo di lana proveniente dalla tosatura delle pecore. I coloranti per la lana erano quasi tutti in polvere fatta eccezione per un paio. Nel raccontarmelo, la signora mi porta sul balcone dove in un secchio ha raccolto le fascette per accendere il fuoco nella stufa. Stacca un pezzo di corteccia di quercia e dice: «Di questa ne raccoglievamo parecchia e la mettevano a bollire, mentre bolliva vi immergevamo dentro il filo di lana e giravamo con un grande mestolo di legno perché non si attaccasse al fondo, bruciando».
Lasciato a riposare una notte, il filo prendeva un color terra, tra il verde e il marrone. Quindi risciacquavano e mettevano ad asciugare. Questo per il marrone, ma la storia del giallo è ancora più interessante. Esce fuori dalla radice gialla (giallissima) di una pianta che produce un frutto minuto e rotondo di un intenso viola, chiamato in turco karamuk da cui si ricava una tisana un po’ aspra ma buona.


Il resto, dice la signora, era matematica.
I disegni del tappeto venivano fuori da geometrie imparate a memoria, un paio di mesi ed erano pronti. Nei villaggi le donne li preparavano per il proprio corredo, di solito in serata, alla luce della candela. Questi tappeti doppi e variopinti diventavano anche foderi per i cuscini dei sedir (panche imbottite) sistemate lungo il perimetro delle stanze.

A Istanbul, dietro Aya Sofya, c’è un Halı Müzesi, un museo del tappeto, dove è raccontata la simbologia dietro ai disegni. Mi è arrivata voce che ha chiuso ma non è una notizia certa.
Da Ikea Istanbul, invece, hanno messo in commercio dei vecchi tappeti cuciti insieme per ricreare quelli dei villaggi ma l’effetto è grottesco e il prezzo anche.
Certe magie non si replicano.