Quando mi sono chiesto quale immagine potesse rappresentare al meglio la Didascalia di questa settimana, il pensiero è andato alla celeberrima opera di Gustave Courbet, maestro del realismo francese, L’origine del mondo, olio del 1866, ammirabile al Museo d’Orsay, a Parigi. Di nudi la storia dell’arte è zeppa, ma questo nudo ha il valore aggiunto di un titolo strepitoso, che ne moltiplica il senso, la curiosità e il valore (anche economico).
Nel dialetto spinosese, che non rientra nell’Area Lausberg, ed è un dialetto di valle e di fiume, per cui molto dinamico e contaminato nella sua storia evolutiva, vi sono alcuni termini, pochi in verità, che hanno una forte originalità, perché non registrati nei paesi vicini. Uno di questi è l’organo sessuale femminile, che oltre ad avere la variante “fessa”, molto comune a Sud, conserva un lemma più raro: “puscə”.
Da bambini, due erano le frasi più offensive, quelle per cui ci si picchiava ferocemente, o per le quali ci si toglieva il saluto: “Mannaggia ch’ t’è muort” era quella peggiore, perché coinvolgeva i Lari, la sacralità dei morti famigliari, il cui riposo e la cui pace non dovevano essere profanati da un’ingiuria così vile e blasfema.
L’altra frase era quella meno sacrilega, ma ugualmente offensiva, perché andava a sporcare le candide e innominabili pudenda, l’origine del mondo, per dirlo alla Courbet, della genitrice.
In questo caso la frase incriminata era “A fessa rə ta mamma”, con la variante più enfatica, “U puscə rə ta mamma”. Si sottendeva, ma non sempre, il “mannaggia”. Qualche volta, si scomodava l’accrescitivo con valore rafforzativo. Per cui alla frase “U puscə rə ta mamma”, seguiva un pleonastico “Chiddu pusciarone”.
Le immacolate madri non andavano assolutamente infangate. Per cui scattava la reazione che poteva essere verbale, con il coinvolgimento degli organi sessuali di sorelle (anche se ancora non erano nate), zie, cugine ecc., o fisica, a schiaffi e cazzotti. E, naturalmente, era possibile personalizzare, aggiungendo dettagli sul colore (biondo, nìurə), sull’età (fràcitə), sulla grandezza (zekkə, grannə), sullo stato (škasciàt).
Qualche volta volavano sassi. Si rientrava feriti e omertosi a casa. Ma fieri di aver difeso l’onorabilità e lavato l’onta.
Oggi ovviamente ci rido. Ricordo persino l’inizio di una laida poesiola che iniziava con un: “Pizza [Ndr, organo sessuale maschile] e puscə fanna a guerrə / e lə cugliunə vannə p’nterra…”.
Non mi sovviene il resto, ma era il nostro avvicinamento alla verbalità della sfera sessuale. Significava essere trasgressivi e maturi. Più grandi.
Ma il termine “puscio”, di genere maschile nel mio dialetto, così particolare, da dove deriva? Facendo una ricerca nei vocabolari regionali meridionali, ho scovato un termine uguale solo ad Accettura in Basilicata (ho chiesto conferma al mio amico poeta Luciano Nota) che registra l’espressione, “u poscə”. Il termine compare sporadicamente anche in Irpinia, ma al femminile, “a poscia”. Nel salentino, senza valenza anatomica, “poscia” viene utilizzato nel suo significato di tasca.
L’ipotesi, quindi, è che il termine possa derivare dal francese poche, che significa “tasca”. In fondo ci siamo, lo slittamento di significato è lapalissiano.
E allora tutto torna, perché da bambini, adesso che ricordo, spesso utilizzavamo per ridere, snocciolandoli una serie di titoli di film improbabili, tra cui La donna nuda con le mani in tasca.
Non lo sapevamo, ma in fondo stavamo parlando dell’Origine del mondo.