Illustrazione di Angela Vaccaro

La materia delle fiabe

Cappuccetto Rosso stringe la pistola tra le mani. Il suo indice curato, fresco di manicure, schiaccia il grilletto. La detonazione secca e assoluta riempie la stanza. Il Lupo, in doppio petto e scarpe lucide, viene scaraventato sul tavolo. Un buco nel ventre. Il sigaro scivola dal muso finendo sul pavimento.

Lei, per il contraccolpo, finisce a terra e prende a singhiozzare. La gonna scomposta e il fondotinta che cola in rivoli sottili. Si è rotta un’unghia, le fa male il fondoschiena e ha appena sparato a suo marito.

Piange. Mentre la vista si appanna, velata dalle lacrime, ripensa a tutto.

C’era una volta un libro. Riposava nell’incavo di un albero. Era lì da molto tempo e non si sapeva chi lo avesse abbandonato ai margini della foresta. La copertina era nodosa come il legno che lo
accoglieva. Spessa e ruvida. Due labbra serrate. Non era un libro qualunque. Era unico. Aveva coscienza di sé. Pensieri. Aspettava. Aspettava qualcuno che potesse aprirlo, sfogliarlo. Desiderava respirare ancora. Nutrirsi della fantasia dei suoi possessori. Gustare nuovamente il sapore deciso dei segreti.

In un altro tempo…

A. e M., marito e moglie da tre anni, sono stesi su una coperta sotto l’ombra di un albero. M. tra un bacio e l’altro addenta una fetta di crostata all’amarena. A. scacciando con un gesto teatrale un grosso insetto dice:

«Non riesco a capire come fai a convincermi ogni volta. Odio la campagna. E pensare che a quest’ora saremmo potuti essere al Twist, seduti davanti a una bella bistecca, servita in un vero piatto, da mangiare con vere posate».

M. strabuzza gli occhi. «Ogni volta la stessa storia. Vuoi mettere il romanticismo di una scampagnata».

Masticando un boccone di crostata, lo bacia sfiorando le sue labbra.

«Io piuttosto non riesco a capire perché ti ostini a vestirti così per un picnic. Sei veramente assurdo». A. indossa giacca, cravatta e scarpe di pelle nera.

«Mi sento a mio agio così. Non potresti capire». Un cenno alla moglie, con addosso una t-shirt e un paio di short.

«Cosa vorresti dire?». La voce è contratta.

«Niente dai…».

La donna sta per aggiungere qualcosa poi scuote la testa. A. Prova a baciarla, ma lei si scosta. L’uomo perde l’equilibrio e si aggrappa all’albero. Le sue dita finiscono in una cavità del tronco. Sfiorano una superficie liscia. A. osserva nell’incavo. Nel tronco umido c’è un libro.

«Guarda cosa ho trovato».
M. strappa dalle mani del marito il libro.
«Fa’ vedere».
Sfoglia le pagine ingiallite con vorace curiosità. Una fragranza antica si spande. Sembra scritto a mano. Alcuni caratteri sono delle vere e proprie miniature.


«Potrebbe valere qualcosa, che dici?».

A. si rivolge alla moglie che però continua a scorrere le pagine.


«Sembra un libro di fiabe. Per favore me ne leggi una? Dai!».

«Va bene».
A. legge.

Il sussulto della scoperta. Il libro tornò a schiudersi come una conchiglia. Tutti hanno segreti. Pensò. In lei l’innocenza era sommersa da strati di fuliggine, ma era ancora viva. Come brace sotto la cenere. La donna non lo sapeva, ma avrebbe recuperato se stessa. Presto. Da preda sarebbe diventata predatore. E lui. Aveva fauci nascoste. Versipelle. Peli, zanne, sotto l’epidermide. Si nascondeva, non per paura ma per tendere agguati. Per lacerare.

La notte morde la coda del giorno che azzanna l’estremità della notte.

A. si alza. M. è ancora a letto. Va in cucina e prepara il caffè. Nota che sul dorso della mano destra c’è una macchia. Ci passa sopra i polpastrelli. È peluria. Nera e ispida. È presente anche sull’altra mano. Tira in su la manica del pigiama. I peli ricoprono gli avambracci. Va in bagno. Lo specchio rimanda un’immagine impossibile. Peli, sulla fronte, sugli zigomi. Il mento e il naso allungati fino a formare un muso. Zanne.

M. si sveglia con addosso una strana serenità. Si siede sul letto. I suoi piedi non toccano terra. Si allunga e raggiunge il pavimento. Vede tutto da una prospettiva diversa. Le sue mani sono piccole. Nello specchio dell’armadio rivede se stessa all’età di cinque anni. Le sfugge un grido, come un’indiscrezione. Tintinna come una campanella di cristallo.

A. si sente bene. Una peluria selvatica lo ricopre completamente, ha una testa da canide piantata sulle spalle, ma non si sentiva così a suo agio con se stesso da tempo. Indossa il suo completo Armani. Gli calza a pennello. Ulula la sua approvazione e tira una boccata dal sigaro.

Una settimana dopo.

M. ha provato a ricucire i suoi vecchi vestiti perché le calzino. Non è mai stata brava con ago e filo. Cuciture grossolane, come cicatrici, attraversano la gonna e il soprabito. Si trucca anche se non ne ha alcun bisogno. La sua pelle è perfetta. Si lima le unghie con precisione maniacale. Le manca il suo essere donna. La noia non ha la consistenza stiracchiata dell’età matura, ma quel sapore vago e amaro dell’infanzia. Lei e A. non si parlano più. Per sette giorni sono rimasti sotto lo stesso tetto come due estranei. A. la guarda famelico. Fuma uno di quei grossi sigari che ultimamente sembra adorare. Lei invece odia quell’odore aspro e pungente. Impregna i vestiti, i mobili. Se lo sente addosso per ore.

«Spegnilo, mi toglie l’aria».

A. emette un ringhio basso.

«E se l’aria te la togliessi in un modo definitivo?».

M. abbassa lo sguardo. Sta tremando. Ha paura però non vuole dargli questa soddisfazione.

«Provaci».

La voce suona meno ferma di quanto avesse voluto. In un balzo il Lupo è su di lei. Cappuccetto Rosso nel bosco di sedie e mobili. Le ha graffiato un orecchio. M. corre. Scivola. Una nuvola di fumo su di lei. Bava. A. la colpisce con il dorso di una zampa. Lei rotola per terra. Il comò. M. apre il cassetto e tira fuori la pistola.

Il libro si richiuse. Pagina su pagina. A sognare nuove trame.

da Nero.24 rintocchi a Mezzanotte Gruppo Albatros Il Filo 2011

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