Zio Franchino e il bruciore dell’allume di rocca

Didascalia n. 33

Come bruciava la pietra d’allume sulla pelle irritata dal contropelo del rasoio! Avevo la barba dei diciannove anni, ma la pelle di un bambino. Zio Franchino era burbero, ironico e dalla battuta tagliente, più della lama che affilava su una specie di cravatta di pelle. Il buco della sua barberia-edicola era quadrato, forse tremetripertre. E sul lato destro della stanza si apriva una piccola e buia scalinata che portava a un vano che utilizzava come ripostiglio.

Lo specchio era grande e occupava gran parte della parete opposta alla porta d’ingresso, che ricordo quasi sempre aperta. Anche d’inverno. Perché dava sulla piazza principale di Spinoso. Al centro della saletta la poltrona sembrava un trono. Girevole, con braccioli, poggiatesta e poggiapiedi. Era reclinabile. Un piacere farsi fare la barba. La ciotolina metallica, sempre presente su un minilavabo, gli serviva per montare la schiuma, rigorosamente Proraso. Con un telo bianco, che mulinava come un matador nell’arena, ricopriva il cliente, pronto per la sala operatoria. Lasciando scoperto solo testa e collo.

Mi illudevo di essere adulto. E ogni tanto mi sedevo, chiudevo gli occhi e mi affidavo (è davvero un atto di fede affidare la gola a chi ha un lama affilata) alle mani di zio. Che mi ruotava incontro, piegandosi e divaricando le gambe soprattutto quando armeggiava sotto la piega del collo, tra il sottomento e il pomo d’Adamo. Aveva delle pose plastiche, spettacolari, quasi acrobatiche. Sentivo la lama raspare sulla pelle. Gli dicevo sempre di non farmi il contropelo che inevitabilmente mi creava dei taglietti. Ma lui imperterrito mi stendeva con i polpastrelli il tratto da radere e, sadicamente, mi arava. Credo lo facesse con tutti. Io, ahimè, non avevo la coria dei contadini, ispessita dagli anni e dal sole. Dopo aver finito, con calma, riprendeva la ciotolina, dove mesceva dell’acqua calda che scaricava da un miniscaldabagno elettrico. E con il pennello mi ripuliva dai residui del sapone. Quindi mi strofinava quel magico blocchetto di ghiaccio (così sembrava), la pietra di allume di potassio, che mi infiammava letteralmente il volto, cauterizzando le piccole ferite da taglio. Un tempo, questo sale misto di alluminio e potassio, era raro e prezioso, ed era commercializzato dai Romani proprio per il suo potere emostatico, ma anche per la concia delle pelli.

L’ultima tovaglietta di zio, quella per asciugare, era sempre calda. Prima di prendere i soldi, passava tutte e due le mani sul viso per controllare se avesse eliminato tutti i peli. Era davvero una sensazione strana. La pelle era glabra e morbida, come il tavolo della carambola del Bar Sport.

«Chiudi gli occhi!».

L’ultimo tocco era la spruzzata di un dopobarba alcolico al pino silvestre da una boccetta con pompetta. Per il collo, invece, rifilato insieme al contorno delle orecchie, uno sbuffo spennellato di borotalco Felce azzurra.

Il tutto avveniva tra fannulloni che chiacchieravano e clienti che aspettavano. Nell’angolo a sinistra, sopra gli scranni quadrati di legno, con fessura centrale per sollevarli facilmente e senza far rumore, una spartana griglia in legno verniciato che saliva verso l’alto e girava sopra lo specchio, ingabbiava fumetti, fotoromanzi e riviste.

Era molto fornito zio Franchino. La sua edicola reggeva il confronto con i paesi più grandi della Valle. E io ero felice di acquistare fumetti. Ero un cannibale di carta. Un ottimo cliente. Compravo di tutto: Topolino, Mandrake, Pecos Bill, Capitan Miki, Diabolik, Satanik, Kriminal, Monello, Intrepido, Tex, Zagor, Lanciostory, Skorpio ecc. Spesso li compravo senza copertina, perché zio Franchino me li vendeva a prezzo ridotto. Il reso dell’edicolante, allora, prevedeva solo la testata del quotidiano o la copertina della rivista. Tutti i giornali e tutte le riviste, che restavano invendute, venivano smerciate a prezzo scontato, il giorno o la settimana dopo. Con i quotidiani vecchi faceva dei pacchetti di un paio di chili che rivendeva a chi pitturava casa, o se aveva necessità per l’imballo o per lavare vetri o parabrezza. Non si buttava niente.

Altro privilegio che mi concedeva zio, mai una carezza però, era quello di sfogliare i fumetti, quando ero in attesa del taglio dei capelli. Sceglievo sempre il fine settimana per andarci, perché c’era più gente e quindi l’attesa era più lunga. Mi disponevo nell’angolo e, facendo attenzione a non squinternarli, me li leggevo per ingannare il tempo.

Zio Franchino era un professionista vero. Uno zio serio. Non portava mai il cappotto d’inverno. Solo la giacca e la coppola. Che toglieva mentre lavorava. Mai visto al bar.

Avevo la barba dei diciannove anni. E dovevo partire per il 28° Battaglione di Fanteria “Pavia” di Pesaro, Fanteria meccanizzata, con incarico 60, scritturale. Era arrivata la cartolina di precetto.

Mi feci accompagnare dai miei amici più cari da zio per assistere alla cerimonia che aveva l’acre sapore della partenza e dell’avventura. In quell’occasione feci solo i capelli. Volli presentarmi con la barba all’appuntamento con la patria, per evitare di radermi ogni mattina. Era il 18 maggio del 1981.

Quella volta la pietra d’allume sul collo bruciò come un ceffone a mano piena.

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