L’uovo e la Tenebra

Le pareti erano coperte da drappi di seta nera. L’odore del sangue riempiva la stanza. I due corpi senza vita erano mutilati. Una mano e il naso per il cadavere della ragazza nuda, inginocchiata ai piedi dell’altare di marmo. La testa per il ragazzo accovacciato in posizione fetale in un pentagramma, tracciato con del gesso rosso sul pavimento. Le parti mancanti erano sparpagliate disordinatamente sul pavimento.

L’enorme uovo era arroccato in una cavità nella parete. Misurava più di un metro di altezza. Era di pietra bianca percorsa da venature rosse. Era avviluppato da una intelaiatura metallica. L’uovo Se il Mancino non fosse stato estraneo alle emozioni lo si sarebbe detto soddisfatto. Stringeva ancora nella mano sinistra il machete sporco di sangue. Strappò dalle pareti uno dei drappi neri e pulì la lama. Poi la rimise nel fodero dietro la schiena. Non restava che recuperare l’oggetto. Si avvicinò alla struttura che lo custodiva. L’uovo era bloccato lì dentro. Il Mancino osservò con attenzione. Era ben visibile una serratura. Si avvicinò al cadavere senza testa. Indossava una tunica nera. La sollevò. Sotto gli abiti da cerimonia era vestito con un pantalone grigio e una maglia bianca consumata. Frugò nelle sue tasche. Una chiave. Si diresse all’intelaiatura. Inserì la chiave nella toppa e la girò. Uno scatto e un cigolio metallico. Un meccanismo si era attivato. La struttura si ritrasse lasciando esposto l’uovo inserito in un supporto simile a una coppa che lo sosteneva dal basso. Il Mancino lo prese. Pesava più del previsto. Toccandolo aveva notato che era caldo. Solleticava i polpastrelli, quasi fosse percorso da una lieve tensione elettrica. Nessuna domanda attraverso la sua mente. Non faceva parte del suo lavoro. Sfilò l’uovo dal reticolo dei cavi, lo infilò con cura in una borsa capiente e uscì dall’edificio.

Doc tirava boccate voraci dal suo sigaro. L’uovo era sul tavolo. L’euforia lo faceva sentire ubriaco. Quanto aveva aspettato quel momento. Decenni a cercare indizi, tracce, in giro per il mondo. Aveva consultato tutti i documenti esistenti in cui era menzionato. Era stato a Ta Prohm, in Cambogia, a Bagan, Myanmar, nei sotterranei di Venezia, tra il gelo dell’Artico. E pensare che il Ka’dirà, l’uovo di pietra, il divora lacrime era così vicino. Era finito nelle mani di una setta religiosa a sud del Paese. Un gruppo di satanisti acidi. Nonostante i membri utilizzassero il pretesto del culto a Satana per orge e rave party, erano incappati in un autentico artefatto magico. Avevano, a un qualche livello, intuito il potenziale dell’uovo, ma non avrebbero saputo che farsene, come un bambino con le chiavi di una Rolls-Royce.

Doc, invece, sapeva perfettamente cosa fare. Per prima cosa, doveva occuparsi della schiusa. Si infilò un paio di guanti neri. Erano decorati con caratteri argentati curvi e sinuosi. Collocò l’uovo su un piatto d’oro. Lo avvolse in un telo rosso. L’uovo emanava un odore sfuggente. Quando eri certo di averlo colto, sembrava mutare nelle narici, negandosi a una precisa classificazione. Tirò fuori dal cassetto della scrivania un libricino consunto. Prese a mormorare una serie di passi in una lingua musicale e incomprensibile. Un mantra che risuonava nel petto e nella testa. Lasciò l’uovo così per alcune ore. Poi tolse il velo. Estrasse da una tasca un flaconcino con dosatore e versò tre gocce del contenuto sulla sua superficie. A cadenza regolare. In alcuni punti specifici. Questa operazione andava ripetuta con regolarità per una settimana. Avrebbe dormito poco. Ma non aveva altra scelta.

Arrivò il settimo giorno. Doc era impaziente. Fumava nervosamente. L’uovo di pietra, era ancora sul piatto d’oro. Immobile. Si avvicinò alla libreria. Scorse con l’indice il dorso dei testi sugli scaffali. Prese un tomo voluminoso. Mancava solo un passaggio. Sfogliò in modo febbrile il libro. Trovò il passo. Si pose davanti all’uovo. Lo fissò come a volerne scrutare il profondo segreto. Recitò la formula. La voce era impastata. Non accadde niente. Ripeté la sequenza di parole, cercando di mantenere la calma. L’aspettativa e la frustrazione si stavano scontrando, tra mente e stomaco, in una battaglia furiosa. Da fuori Doc restava impassibile. Dentro ribolliva. Per la terza volta lesse la formula. Ogni sillaba portava il peso di una delusione sempre più vicina. Nessun effetto. Perse il controllo. Scagliò il libro contro la parete opposta. Restò immobile, con la testa tra la mani per alcuni minuti. Poi avvertì qualcosa.

Un vento gelido attraversò la stanza sparpagliando i fogli sulla scrivania. Uno sguardo alla finestra. Chiusa. Anche la porta era serrata. Uno schiocco. Polvere bianca si levò da una piccola lesione sull’uovo. Subito ne comparve un’altra che attraversava il guscio diagonalmente. Dall’apertura uscì una piccola mano umana. Poi comparve una gamba minuta. Dopo poco più di un minuto davanti a Doc si trovava un bimbo. Sembrava avere al massimo due anni di età. Aveva ali bianche, coperte di piume vaporose, dietro la schiena. Gli occhi erano glaciali. Aveva un’espressione fredda e malvagia stampata in viso. Dalle labbra violacee si intravedeva una dentatura adulta, con i canini superiori e inferiori particolarmente pronunciati e acuminati. Se non fosse stato per l’espressione oscura del suo viso, sarebbe sembrato un putto. La piccola creatura puntò l’indice della mano sinistra verso Doc e disse: «Ho sete». La voce era melodiosa.

Quando si ha un cucciolo non sempre si sa da subito come nutrirlo. Nessuno aveva mai visto la Tenebra. Si poteva solo provare a immaginare quale prodigiosa creatura fosse custodita dall’uovo di pietra. Tutti quelli che prima di lui avevano studiato l’artefatto si erano concentrati sull’involucro, sul Ka’dirà, il resto erano ipotesi, suggestive e interessanti, ma pur sempre congetture. Il bimbo spiegò le ali e si avvicinò a passo sicuro verso Doc. «Ho sete!». La voce, pur restando musicale, nascondeva un’impronta aspra, aggressiva. Suonava come un comando. Con velocità sorprendente la creatura spiccò il volo, afferrò un tagliacarte di avorio da un portapenne sulla scrivania e lo piantò con violenza nel dorso della mano destra di Doc. La punta della lama uscì dall’altra parte. Il sangue imbrattò alcuni fogli. Doc era sorpreso, gridava e con la sinistra si stringeva il polso destro. Provò ad estrarre il tagliacarte, ma un dolore lancinante gli annebbiò la vista. Gli occhi lacrimavano copiosamente. La Tenebra si appollaiò sulla sua spalla e prese a leccare le sue lacrime avidamente.

Doc si sentì uno stupido. Il divora lacrime. Uno degli appellativi dell’uovo indicava l’appetito del suo ospite. Ora doveva solo cercare un modo per nutrire costantemente il suo prodigio. Gli venne in mente un’idea. Una grande idea.

Celle profonde un metro, larghe altrettanto e alte due. Incavate nel cemento. Loculi. Dentro uomini e donne, nudi, legati alle pareti. Piccoli tubi, come vermi, piantati negli angoli degli occhi. I carcerieri con le maschere nere e i camici da laboratorio intenti a torturarli. Con una lametta laceravano la pelle. Li ustionavano con ferri roventi. Perforavano la carne con spuntoni evitando di danneggiare organi vitali. Erano interessati a tenere in vita il più a lungo possibile quelle vacche da latte per poterle spremere fino al limite. Nel frattempo le lacrime fluivano nei tubi e si raccoglievano in apposite ampolle. La Tenebra, seduta su un trono d’oro, decorato con pietre preziose, brindava, con un calice di cristallo, alla sofferenza dell’umanità.

da Nero.24 rintocchi a Mezzanotte Gruppo Albatros Il Filo 2011

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