A view from a hospital window broken by shelling in Mariupol, Ukraine, Thursday, March 3, 2022. (AP Photo/Evgeniy Maloletka)

WAR – Benvenuti nel XXI secolo.

Leggo, ascolto, osservo lo svilupparsi della discussione sulla guerra in Ucraina e, più la osservo, più la ascolto, più mi rendo conto che per molti, per moltissimi, la consapevolezza che il XX secolo è finito 22 anni fa ha una grande difficoltà a farsi strada.

C’era una volta un pianeta abitato da una curiosa comunità senziente di indole bellicosa che, dopo essersi affrontata in tutta la sua storia in una serie infinita di guerre combattute per i più diversi motivi, ha scoperto un’arma finale così potente da essere in grado di distruggere con un sol colpo qualsiasi nemico, da allora le grandi guerre non sono state più possibili perché ciascuna grande potenza poteva distruggere l’altra completamente in un sol colpo.

Lo chiamarono equilibrio del terrore. Io ho vissuto quasi tutta la mia vita in questo contesto.

L’era del terrore è stata un’era di relativo equilibrio dove le tensioni si sono sfogate ai margini dei tre imperi con guerre e rivoluzioni agite da popolazioni considerate, molto cinicamente, “sacrificabili”.

In Medio Oriente, poi in asia orientale, asia occidentale e via via in molti altre parti del pianeta, talvolta un blocco riusciva a prendersi un piccolo vantaggio strategico, talvolta no, ma le parti centrali dei due imperi principali che si confrontavano sono rimaste sempre indenni da ogni coinvolgimento.

Alla fine del XX secolo uno dei due blocchi, quello che si chiamava “Sovietico”, è crollato, si è disfatto, l’impero si è diviso in tanti pezzi, ciascuno dei quali è ritornato all’identità originaria e, in qualche caso, si costruito una identità propria pur di restare separata dal blocco centrale.

Sembrava andata bene, con il crollo di uno dei due principali contendenti e il terzo (la Cina) sempre più attratto nell’orbita del mercato globale, pareva quasi che si marciasse decisi verso un’era con una sola grande potenza mondiale, abbastanza democratica, che avrebbe esteso la sua pax dominando il pianeta senza più spargimento di sangue (o quasi).

Una visione ingenua, che non tiene conto del tratto distintivo della nostra specie: la competizione.

Liberi dalla minaccia della guerra termonucleare i contendenti minori, quelli che fino ad allora erano rimasti al guinzaglio più o meno stretto del leader mondiale di riferimento, hanno cominciato ciascuno a guardare con occhio ingordo al suo vicino, vecchie ruggini del secolo scorso sono tornate improvvisamente attuali, leader più o meno spregiudicati le hanno usate per aizzare comunità e strappare fette di potere.

Qualcuno dirà era già successo prima e citerà le guerre di Corea, Vietnam, la Palestina.

Sbagliato. Errore blu di storia e geopolitica fatto da chi approccia a questi argomenti con una tesi politica pregiudiziale.

In ciascuna di queste guerre i motori dei conflitti erano le superpotenze che si confrontavano: URSS+CINA contro USA, URSS contro USA e, avendo ciascuna grande potenziale distruttivo, si erano anche dotate di grandi freni utili a scongiurare avventure.

La prima guerra del 21 secolo è iniziata sul finire degli anni Ottanta del novecento, la dissoluzione della Jugoslavia è stato il prodromo di quello che sarebbe accaduto e che, a mio parere, tornerà a accadere di nuovo. In quel momento però la Russia era ancora troppo debole per sostenere i serbi di Milosevich, dovette subire l’azione della alleanza NATO che, di fronte ad una crisi ai suoi confini orientali, ovviamente, non poteva rimanere indifferente.

L’esempio dei croati, degli sloveni, dei serbi, dei bosniaci fu presto seguito da molti, in qualche caso in maniera pacifica, come tra Cechi e Slovacchi, in altri non senza attriti e conflitti come ad esempio tra Albanesi e Serbi in Kossovo.

Nonostante tutti questi segnali l’occidente ha fatto finta di niente, si è cullato nella sua superiorità strategica, ha pensato di poter continuare a gestire i conflitti locali.

Ma i tempi cambiano e man mano ai margini dei blocchi sono cresciuti piccoli mostri.

Ad Est si è lasciato crescere la Turchia che, sia pure con prudenza, ha iniziato a saggiare la determinazione dei paesi occidentali e, avendola trovata scarsa, ha iniziato a cullare piani di egemonia panturca spingendosi fino alle coste meridionali del Mediterraneo da cui, dopo aver per quattro secoli minacciato le coste meridionali d’Europa, era stata cacciata nei primi nel Novecento.

L’establishment russo ha iniziato a ragionare di “spazio vitale” e utilizzando la scusa della sicurezza, (chiunque sia dotato di un minimo senso della realtà sa che una aggressione NATO alla Russia è una ipotesi fantascientifica quanto quella dell’aggressione Russa alla NATO, dato che entrambe si concluderebbero con un bagno di sangue termonucleare), ha costruito le premesse dialettiche per alcune aggressioni ai paesi confinanti con il fine di cercare di ricostruire l’originaria entità statuale che era l’impero sovietico prima del crollo.

L’occidente spesso ha chiuso un occhio sacrificando principi in nome della stabilità, naturalmente l’Ucraina è un boccone molto più grande del Nagorno Karabakh dove, alla fine, qualsiasi accomodamento andava bene purché si tornasse ad una situazione di stabilità

E’ difficile capire cosa esattamente stia succedendo nelle stanze del potere russo, la logica e l’estetica del potere che viene messa in luce è pienamente di tipo totalitario, quanto si tratti di un processo personale, ossia quanto l’attore unico sia Putin, e quanto di un processo di establishment più esteso è difficile a dirsi, di certo c’è che è in corso una feroce repressione del dissenso e, come spesso accade al sorgere di una dittatura, è iniziata una proiezione verso l’esterno in cerca di nemici e di pericoli intorno a cui compattare (o cercare di) la maggioranza del popolo russo.

L’invasione ucraina è uno stress test che dirà quanto e fino a che punto il mondo occidentale è capace di sopportare provocazioni e che, al tempo stesso, garantisce vantaggi territoriali.

Pensateci un attimo.

In un momento complesso come quello attuale la Russia avvia una guerra onerosa (indipendentemente da quanto sia forte la reazione ucraina), si isola sul piano internazionale, esponendosi ad una reazione onerosissima per i suoi interessi economici. Perché?

Per le minoranze del Donbass? Non fatemi ridere.

Se così fosse si sarebbe trattato di un’azione limitata, una “operazione speciale” che non avrebbe fatto praticamente vittime civili e sarebbe stata digerita dal mondo occidentale (magari anche grazie alla vigorosa quinta colonna putiniana presente e tanto attiva in questi giorni in Europa) come un’azione di polizia internazionale, magari un po’ brutale, ma che alla fine, per amor di pace e di stabilità, sarebbe stata accettata.

Ma il piano di Putin, chiaramente dichiarato, è altro.

Il taglio territoriale di tutti i territori sul Mar Nero ucraini a vantaggio della Russia, la riduzione del governo ucraino ad un fantoccio della Russia, oppure, meglio, la riunificazione dell’intero territorio ucraino con la Russia e la cancellazione dell’Ucraina come stato sovrano.

L’obbiettivo strategico è conquistare l’Ucraina, imporre a tutti gli stati confinanti lo status di vassallo o di stato cuscinetto, allargare verso l’esterno lo spazio vitale russo. Questo è il senso delle allusioni agli stati Baltici e alla Finlandia fatte da Putin in un suo recente discorso e l’inizio di una pressione strategica su Polonia, Moldavia, Georgia, Romania, Bulgaria con l’obbiettivo di destabilizzarli e riprenderli sotto la propria sfera di influenza.

A sudovest non è difficile prevedere una recrudescenza dell’attivismo serbo e una proiezione turca verso Bulgaria, Romania e Grecia, è in questa chiave che vanno guardati certi attivismi turchi nell’Egeo. Lo stato di relativa neutralità che la Turchia (membro della NATO) ha mostrato rispetto alla situazione della guerra in Ucraina dimostra quanto Erdogan sia un alleato se non infedele piuttosto inaffidabile, ossessionato dal suo potere e con mire geopolitiche spregiudicate.

Erdogan osserva interessato quel che sta accadendo in Ucraina, convinto prima o poi di poter adottare la stessa logica con i paesi vicini, prima di tutti la Grecia, con cui ha tutt’ora questioni territoriali non risolte (Cipro).

Insomma, il gatto sta cercando di uscire dal sacco e se dovesse riuscirci il XXI secolo potrebbe diventare un incubo peggiore di quello che lo ha preceduto.

Ma la minaccia, si dice, è quella di una guerra termonucleare.

La prospettiva è mostruosa, catastrofica, inimmaginabile, ma lo è tanto per noi quanto per i russi, con una sola differenza: i nostri paesi democratici ospitano, come è perfettamente legittimo, opinioni diverse, alcune delle quali magari anche supportate, imbeccate, foraggiate dai diversi contendenti. In un regime totalitario la decisione non deve preoccuparsi dell’opposizione.

Ma anche così, la minaccia di Putin è una tigre di carta, nessuno dei due contendenti può usare davvero l’arma nucleare senza sapere che ne verrà a sua volta annichilito, l’unica funzione della minaccia è spaventare l’avversario per farlo recedere.

È esattamente per questa ragione che, perduta l’illusione di fare dell’Ucraina un solo boccone, l’azione russa diventa e diventerà sempre più brutale, la manifestazione di questa brutalità ha una doppia finalità strategica, conseguire il risultato e mandare un messaggio all’occidente che dice –siamo determinati, non vi immischiate, abbiamo l’arma nucleare– un messaggio che vuole impedirci di reagire spaventandoci.

Ora la questione è tutta qui, ci faremo spaventare al punto di non agire?

Il nostro è un mondo di predatori, grandi e piccoli, tutti alla continua ricerca di deboli per cibarsene, bisogna analizzare le cose con animo fermo e capace di prevedere il futuro, temo che presto, assai presto, noi Europei saremo chiamati a interrogarci su quello che siamo e su quello che saremo in futuro.

Alla fine, in una partita di poker come questa, il destino di chi si spaventa e non va mai a vedere la consistenza di un bluff è quello di perdere tutto e la posta in gioco è la libertà e la democrazia.

Bisognerà pure cominciare a pensarci individuando una strategia efficace.

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