Il bianco in Turchia

Bu eve gelinlikle giren kefenle çıkar.

In questa casa la sposa entra in bianco ed esce in bianco.

È un’espressione arcaica assolutamente desueta e fa riferimento a due abiti rituali che in Turchia sono entrambi bianchi: l’abito da sposa (gelinlik) e l’abito per il proprio funerale (kefen), anche se in questo secondo caso non si tratta di un abito vero e proprio quanto di una stoffa bianca nella quale il defunto viene fasciato interamente (come una mummia) prima di essere riconsegnato alla terra.

Le parole con cui apro l’articolo di oggi raccontano quindi di un’epoca durante la quale il matrimonio era un atto definitivo dal quale era impossibile recedere (se non avvolte in un kefen, appunto).

Anche in Turchia, quindi, la lingua testimonia uno sbilanciamento sociale tra maschi e femmine. La sposa stessa si chiama gelin (dal verbo gelmek, venire) perché di fatto viene inglobata nella famiglia del marito. Vi sorprenderà, tuttavia, apprendere che a differenza dell’uso antico (europeo) di portare con sé una dote, la donna turca non reca che se stessa; infatti è la famiglia del marito che per averla sborsa monete d’oro e monili. La depositaria di questa ricchezza è la sposa stessa che può decidere se condividere o meno con i propri cari una parte del gruzzolo secondo dinamiche sociali di riconoscenza e solidarietà abbastanza condivisibili (o comprensibili) dalla cultura italiana.

In barba ai proverbi di un tempo, oggi la legge turca contempla il divorzio, ciò vuol dire che i coniugi il cui matrimonio si sfascia sono liberi di slegarsi, firmare le carte e rifarsi una vita. Ciò nonostante, pensare ai turchi come ad un popolo reticente ai comportamenti chiassosi è altrettanto fuorviante (sì certo, sono più silenziosi degli italiani ma se c’è da discutere discutono) per cui ho registrato negli anni una certa tolleranza degli astanti ai litigi famigliari altrui (tra moglie e marito non mettere il dito) e/o viceversa, la condivisione sulla pubblica piazza dei problemi delle coppie (sterilità, tradimenti, poca igiene dell’una o dell’altro, eccetera) accompagnati dai tentativi di amici e parenti di salvare l’insalvabile. In ogni caso è doveroso il distinguo tra ciò che la legge tutela e la consuetudine di cercare di avvallare un matrimonio zoppicante. Per esempio la maggior parte dei genitori dei miei studenti (ceto medio abbiente) è separata o divorziata. Agli incontri scuola famiglia madre e padre si incontrano e colgono occasione di battibeccare davanti agli insegnanti quindi addio anche all’idea pregiudiziale che in certe società i panni sporchi si lavino in famiglia. Nei quartieri periferici di Istanbul, tra la gente meno abbiente, il divorzio è meno diffuso ma tendo a legare il fenomeno al fatto che molte donne, oltre a essere nodi di reti famigliari molto estese e castiganti, non abbiano poi l’autonomia economica per sostenersi da sole. Il pensiero di non poter portare con sé i propri figli e di non poterli mantenere è un deterrente ancora molto forte esattamente come in molti microcosmi italiani.

Ho assistito a incontri organizzati per sistemare divorziati con altre divorziate, come se divorziando fossero entrambi entrati a far parte di una casta particolare. Ne ho viste tante, in dodici anni. E le ho guardate tutte con curiosità, come le guardavo in Italia. Ho assistito all’allontanamento di una coppia di inquilini molesti (studenti dell’università) che avevano affittato l’appartamento sotto al mio facendosi passare per cugini da parte di madre (quindi con cognome diverso) mentre invece erano una coppia con la cattiva abitudine di non chiudere bene le tende, leggerezza che gli è costato la cacciata dal condominio. Dunque, per non trovarsi nei guai a gestire telefonate di lamentele di ogni sorta i locatori scelgono con molta cura chi non mettersi in casa, al primo posto gli studenti e i gruppi di giovani lavoratori single.

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