Un cazzotto, un Bacio e un dolciastro profumo di fragola

Didascalia n. 35

Per qualcuno i baci saranno anche stati 24.000, ma il primo bacio non si scorda mai. Resta sulle labbra come un cazzotto. Me ne accorsi a quindici anni. Era il 13 febbraio e ne rimasi tramortito.

Forse per questo quando Luisa Spagnoli nel 1922 pensò a una pralina di cioccolato fondente con un cuore di nocciola, propose di chiamarlo Cazzotto. La forma irregolare rimandava alle nocche di una mano. Ma come l’aneddotica della Perugina ricorda, non sarebbe stato carino per una donna entrare in un caffè e chiedere un… Cazzotto.

Fu Giovanni Buitoni, uno dei quattro soci fondatori dell’Azienda, nonché direttore, a trasformare il Cazzotto in Bacio. Il futurismo ancora imperversava e il linguaggio pubblicitario si impastava di violenza espressiva e trasgressiva. Filippo Tommaso Marinetti, nel manifesto del 1909, su «Le Figaro»  aveva scritto: «Noi vogliano esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno».

E spesso nelle serate futuriste, la declamazione dei versi includeva il coinvolgimento fisico degli astanti, per cui si istigava alla rissa e al cazzotto. Altro che rime baciate!

Il 1922 fu anche l’anno della Marcia su Roma delle squadre fasciste da Napoli. Il savoiardo, Re Sciaboletta, decise di non firmare lo stato d’assedio  ̶  come consigliava il primo ministro, Luigi Facta, che si dimise nella notte del 27 ottobre ̶ , e di porgere la guancia a Benito Mussolini, che prudentemente si era trattenuto a Milano. Benito, il 30 ottobre, con calma, prese un vagone letto e giunse, trionfale, a Roma per assumere l’incarico di più giovane Presidente del Consiglio, del periodo postunitario.

Il Duce, che temeva un cazzotto dal potere monarchico e parlamentare, ricevette un metaforico bacio. Lui stesso definì “veramente squisito”, il Bacio Perugina.

Cazzotti e baci condividono una storia preistorica. Antichissima. Espressione, il primo, della violenza dei primati, nella lotta per la sopravvivenza. Della riproduzione sessuale per la conservazione della specie, il secondo.

Come sostiene l’antropologo Desmond Morris, ne La scienza nuda, e mi piace crederlo, il bacio non è altro che la sublimazione dello sminuzzamento del cibo che dalla bocca della madre passa in quella del cucciolo. Un gesto d’amore esteso a tutte le persone che si amano, pur nella diversità quantitativa dell’espressione. Un piacere fisico, fortemente simbolico e culturale.

Siamo nell’anno del Signore 2022. Ed è passato un secolo dalla geniale invenzione del bon bon pralinato di casa Perugina. Ora come allora, si ode il triste trepestio dei passi marziali sul suolo europeo. E nella speranza che i cazzotti lascino spazio ai baci (non sarà mai troppo tardi), celebriamo la fortuna e la bontà, intramontabili, del Bacio Perugina.

Azzeccato il nome, azzeccato il font, azzeccato l’incarto e il cofanetto blu con le stelline argento, azzeccata la fusione del cioccolato fondente che riveste la gianduia e la granella di nocciola. Azzeccatissima l’idea di nascondere all’interno, in un cartiglio da collezione, una frase d’amore o d’amicizia. Strepitoso l’ammiccamento grafico al celebre dipinto romantico, del 1859, di Francesco Hayez, attraverso la sagoma di due innamorati avvinghiati che si baciano appassionatamente. Per non dire del lettering, di quella /B/tondeggiante e svolazzante, quasi un ghirigoro che rimanda al geroglifico dell’abbraccio e del bacio.

Chapeau al genio di Federico Seneca (1891-1976), straordinario pubblicitario e formidabile epigono di una stagione non ancora convertita al consumo di massa. A lui va ascritto il successo del packaging, diremmo adesso.

“Il primo Bacio è sempre Perugina”, recitava un fortunato slogan. Nel 1927, una pubblicità ne esaltava il successo: “In soli 5 anni la Perugina ha distribuito cento milioni di Baci e continua a tutt’oggi con foga giovanile”.

L’azienda, per promuovere il prodotto in questi cento anni, ha scelto personaggi famosi, da Totò a Vittorio Gassman. Persino Frank Sinatra. Ma migliaia sono stati i testimonial, coinvolti nelle frasi del cartiglio, poeti e non, vivi e morti: da Shakespeare, Byron, Dickinson… a Littizzetto, Stash, Fedez; Siani, Fiorello, Gerini, Amendola, Salemme, Ferro, Pausini, Marrone, Maionchi, Dolce e Gabbana ecc. La svolta pubblicitaria, però, è avvenuta a partire dagli anni Ottanta.

Agli albori, il contenuto delle frasi era ironico e faceto: “Meglio un bacio oggi che una gallina domani”, “Un bacio senza barba è una zuppa senza sale.” “Se puoi bacia la padrona e non la serva”.

A scriverli erano Giovanni Buitoni e Federico Seneca. E è proprio quest’ultimo a tradurre, nel cartiglio più famoso, da Edmond Rostand e dal suo Cyrano de Bergerac, la frase: “Un point rose qu’on met sur l’i du verb aimer”, che diventa: “E che cos’è un bacio? Un apostrofo rosa fra le parole ti amo”.

L’idea del cartiglio sembra sia nata dall’abitudine di Luisa Spagnoli, amante di Buitoni, di scrivere dei messaggi romantici su piccoli fogliettini di carta con cui avvolgeva i cioccolatini che gli donava.

Avevo quindici anni e non avevo ancora studiato Catullo (“Da mi basia mille, deinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, /
deinde usque altera mille, deinde centum”, Carmina, 5), molto più prosaicamente la colonna sonora di quella stagione, non me ne voglia la mia professoressa Apostolico, frequentavo il Quinto Ginnasio, era una canzonetta, che descriveva esattamente il mio stato d’animo.

15 anni era il titolo, ed era stata lanciata da un gruppo (erano in tre) che sarebbe poi definitivamente scomparso, “I vicini di casa”. Il brano ebbe un gran successo, anche per un’idea originale: erano state inserite nella struttura musicale alcune citazioni illustri (Oh Carol di Neil SedakaDiana di Paul Anka e Forever di Joe Damiano). La diffusione delle radio libere, in quegli anni, ne avevano facilitata la permanenza nella Hit Parade per molti mesi.

Quindic’anni, quindic’anni, quindic’anni

Poesia di un’età che non ritorna

Una sigaretta, un prato e le canzoni

I padroni del domani io e te.

Mi piaceva il refrain. E nel Juke box del Bar Prinzi a Viggiano, in attesa di rientrare a casa, dopo la scuola, la ascoltavo a ripetizione (50 lire una canzone, 100 lire tre canzoni). Pardon, la ascoltavamo.

Il 13 febbraio 1977 non andammo al Bar Prinzi.

Quel bacio al Pisciolo fu un cazzotto, al sapore di fragola. Non di cioccolata.

Il giorno dopo, era il 14 febbraio, mi presentai con una scatola di Baci. Era il minimo. Non le dissi: “Tubiamo?”

Ma… era San Valentino, lei era bella, sorridente, le labbra rosse e fragolose. Io portavo in dono una scatola di Baci, da mangiare e da scartare. Non ricordo se trovammo, sporchi di cioccolato e di baci veri, la frase che Cyrano rivolse a Rossana, nell’opera di Rostand, atto III, scena X. Non ci chiedemmo neanche se la recalcitrante Rossana glielo diede poi il bacio. Se la poverina riuscì ad evitare l’ingombrante bacio dello spadaccino audace.

Io ero Paolo e lei Francesca. Tanto bastava.

Qualche anno dopo, era il 1980, scoprii che la scatola della Perugina si era trasformata in un tubo di Baci. E che lo slogan, ammiccante, era Tubiamo?”

Baci.

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