Karabasan è una figura spaventosa del folklore turco. Letteralmente il suo nome significa: l’oscurità che schiaccia oppure l’oscurità schiacciante, il buio opprimente. Non ha un volto e non c’è da meravigliarsi vista la tradizionale mancanza di iconografia della cultura mussulmana nel delineare l’invisibile e la potenza del divino. Karabasan arriva a farti visita preferibilmente di notte, senti i suoi passi alle spalle mentre si avvicina e tu sei immobile nel letto in uno stato febbrile tra la veglia e il sonno incapace di parlare, incapace di urlare. Viene al tuo cospetto e ti opprime, hai paura di morire, senti che la sua sola presenza è totalizzante, è il buio che vuole mangiarti.
Ho fatto una breve ricerca sul web: ci sono articoli molto recenti che lo raccontano, l’ultimo di quattro giorni fa. La gente, dice l’articolo, è convinta davvero che esistano gli spiriti maligni ma la psichiatria ha spiegato che si tratta di, nell’ordine, paralisi nel sonno, terrore notturno, manifestazione dello stress diurno, pizza ai peperoni della sera prima. E tuttavia, mentiremmo dicendo che nella vita non ci è mai successo qualcosa di inspiegabile e terrifico. Come ha detto ieri la mia collega turca: «guarda non lo so esattamente che cos’è ma quando viene Karabasan pensi che stai per morire!»
Noi in Italia siamo più ottimisti: se ai Munaciedd nostrani almeno puoi sperare di rubare il cappello per disarcionarli e scappare, con Karabasan invece sei spacciato: o sei bravo a svegliarti o ciao ciao, se ne va quando dice lui e forse te ne vai anche tu, di crepacuore però. Una volta, prima della Pandemia, una signora anziana mi ha raccontato che per sfuggire a Karabasan è importante lasciare sempre una luce accesa e il cappotto di un uomo su una gruccia appesa nella stanza. Un racconto da contestualizzare alla guerra, alla necessità di difendersi dall’ignoto, all’idea che la sicurezza di una casa si valuti sulla presenza di un uomo. A Karabasan (che chissà forse fino a qualche decennio fa si faceva scrupolo del cappotto di un uomo appeso a una gruccia) oggi riconosco una certa apertura di vedute perché fa visita a tutti, indistintamente e anche con la lucetta notturna accesa. Nei racconti che ho raccolto davanti al tè serale ricorrono alcuni tratti comuni: l’idea che in certi momenti del sonno ci si rechi in zone liminali dove i due mondi si toccano. È su quel preciso confine che le cosmogonie dei popoli si somigliano tutte; penso agli Incubi, creature che hanno attraversato i secoli e le latitudini, la carta scritta e la tradizione orale e oggi se ne vanno a spasso su Netflix e Amazon Prime. Tutto sommato, cambiano le lingue e le epoche ma la sostanza dei vissuti umani resta.
In turco brutto sogno si dice Kötü rüya e di solito il verbo che gli si affianca è VEDERE: ho visto un brutto sogno. C’è poi una parola antica (di origine araba), Kâbus, che significa Incubo. Certo mi è capitato di avere delle nottatacce, le ho tradotte spesso con “ho visto un Kâbus”, era una parola più “amichevole” da tenere a mente rispetto a Kötü rüya ma la gente mi rispondeva sempre con apprensione (Allah Kurusun, che Dio ti protegga!) come se fossi andata in un posto pericoloso (anzi come se il posto pericoloso fosse venuto da me). Che stupore scoprire che sul dizionario ufficiale della lingua turca, Kâbus e Karabasan vengono proposti come sinonimi! (E quindi, altro che parola amichevole!)
Quanta storia che c’è dietro le parole!
E voi? Lo avete un vostro personale Karabasan che popola i vostri brutti sogni?
Alla prossima!