Didascalia n. 37
Mia nonna Peppinella scriveva al figlio Mimì, emigrato in Australia alla fine degli anni Cinquanta, regolarmente. Lo ha fatto per più di mezzo secolo, fino al 2010. Anzi per essere più preciso, scriveva a Nancy, la moglie, che rispondeva a nome del figlio. Ma nel 1971 ci fu una rivoluzione in casa.
Il camerone enorme, un open space, che fungeva da cucina, salotto e sala da pranzo, con uno sconnesso pavimento in cotto e una scala di legno che portava alle camere da letto al piano di sopra, il cui arredamento consisteva in un cassone per le provviste, un tavolo con sei sedie impagliate, qualche sediolina più piccola per il camino, un forno per il pane in un angolo, un trabiccolo per la tv e un mobile basso con una radio sopra, fu letteralmente sventrato.
La rivoluzione non solo portò a una divisione del camerone in ingresso,
cucinino, sala da pranzo, salotto e bagno, per mezzo di tramezzi (siciliane), incluse anche ceramica a terra, mattonelle in bagno (finalmente una vasca e un bidet), un divano, un tavolo rotondo, una stufa a kerosene, e… una lavatrice al posto del tradizionale lavatoio. In un mese distruggemmo la casa contadina, per la modernità del laminato, della monocottura, della pelle. Tutta un’altra storia. Tutta un’altra casa.
La rivoluzione piccolo-borghese includeva anche l’abbonamento Sip, e quindi un telefono. Il fantastico Siemens C62, bigrigio, a disco, che ebbe una nicchia, come una madonnina, tutta sua nel mobile componibile marrone con finiture in acciaio che girava a elle, come un cavallo a scacchi, lungo le due pareti.
Eravamo felici. Avevamo un numero telefonico e “110” erano i tre finali.
A Spinoso c’erano 110 telefoni. E l’ultimo era il nostro. Allora per le telefonate urbane bastava uno scatto, il valore di un gettone. Tu tuuu, tu tuuu, tu tuuu, quando la linea era libera. Tuuu, tuuu, tuuu, quando era occupata. Il numero andava composto infilando il dito nel disco “combinatore”, trasparente e occorreva ruotare in senso orario fino a fine corsa. Sentivi sotto il dito la pressione della molla e il ticchettìo. I numeri piccoli erano quelli più lontani e davano più soddisfazione. Appena toglievi l’indice, il disco bucherellato ritornava alla sua condizione di partenza, tatatatatatatatata, e il ditino veniva rinfilato per il secondo terzo quarto numero ecc. Tatatatatatatatata.
Guardo il telefono, ora. È enorme. Abituato a cellulari e cordless sembra un mostro, morbido e bombato. Enorme la cornetta. Solo un metro di raggio d’azione il cavo. Occorreva una sedia se la telefonata era lunga. Ma funzionava anche senza energia elettrica. Che spesso d’inverno andava via per ore.
Cosa avrà pensato Lino Saltini quando venne chiamato per disegnarlo nel 1962? A cosa si ispirò? A una rana? A un’auto? A un Topolino un po’ chiatto?
Pensò di certo a qualcosa che potesse andar bene in un ufficio, in un bar, o a casa mia. Poi il grigio, anzi il bigrigio, andava bene su tutto, col classico e col moderno. Sornione.
Prodotto dalla Italtel, la Sip lo distribuì in tutta Italia. In tutte le case e in tutti gli uffici, con la formula del noleggio. Fino al 1993. Nel 1985 si contavano 19 milioni di esemplari. Era a impulsi, rigorosamente analogico.
Nonno Biagio non voleva. Era uomo semplice. Tutto d’un pezzo. Vita spartana e regolare. Solo lavoro, era ciabattino, anzi scarparo. Poche distrazioni. Una scopa al bar ogni tanto. La vendemmia a ottobre.
C’erano già state tante novità in casa. Colpa di Pinuccio e di Carina, troppo giovani. Troppo moderni. Avevano accettato di vivere con loro. Qualcosa andava concessa. Aveva ceduto alla ristrutturazione della zona giorno. “Pure il telefono?”, disse.
Ma il telefono serviva. Poteva essere utile per sentire Mimì che non vedevano da cinque anni (era venuto nel ’66 e sarebbe ritornato solo al suo funerale), anche per comunicare con la famiglia di mia madre, che viveva a Bologna dov’era emigrata una decina di anni prima. Padre madre tre fratelli e quattro sorelle.
La scena più bella fu quando mia nonna venne avvicinata al nuovo aggeggio infernale. Mio padre compose il numero: uno, sei. E una voce femminile parlò a Peppinella nell’orecchio: ore 17 e 23 minuti.
Mia nonna rimase sorpresa. Non se l’aspettava. Si riprese dallo shock e rispose: “Grazie signurì”.
Ridemmo. Lei non capiva. Poi le spiegammo che la voce era un disco registrato, che bastava comporre il “16”, per avere l’ora esatta (poi divenne 161). Adesso poteva sentire, per gli auguri di Pasqua e Natale, Mimì dall’altro capo del mondo, nella terra dei canguri.
Era un miracolo tecnologico di cui non si rendeva conto. Ricordo l’espressione di Peppinella. Le sue lettere per nave, negli anni Cinquanta-Sessanta, impiegavano quasi due mesi. Poi per fortuna, a partire dagli anni Settanta, con il servizio aereo, Air mail, buste piccole con tratteggio perimetrale rosso e blu, in un paio di settimane giungevano a Melbourne.
Adesso immaginava le sue parole correre lungo il cavo che partiva dalla cornetta del telefono di via Pimentel per arrivare a Napoli e buttarsi in acqua, inabissarsi per poi, dopo migliaia e migliaia di chilometri, passando per Suez, Singapore, Hong Kong, in pochi decimi di secondo, arrivare nel Queensland, nella villetta in legno e moquette degli zii d’America (l’Australia era considerata America).
Cose dell’altro mondo… sussurrò.
Continuò a scrivere lettere, perché le telefonate intercontinentali costavano molto. Ma tre-quattro volte l’anno, per i compleanni, per le feste importanti, si telefonava. Ed era un evento, a cui tutti dovevano partecipare. Anche io e mio fratello.
Poi il ranocchio di Saltini venne affiancato dal Pulsar, rosso, con tastiera a partire dalla metà degli anni Ottanta. Bisognava solo schiacciare i numeretti. Era piatto. Si ripresero il vecchio. Che peccato.
Anche perché essendo a impulsi, con una linea Telecom ancora funzionerebbe.
Post Scriptum
Nel 1993, firmai il mio contratto, ero convolato a nozze, per un’utenza con la Telecom (ex Sip) e a casa giunse il Sirio, bianco e carta di zucchero. Venne il tecnico, Giacomino da Montemurro, per installarlo. Mi assegnarono il numero “587”, il cinquecentottantasettesimo telefono fisso di Spinoso. Il mio numero. Che ancora conservo. Adesso è Tim Casa. Fidelis semper.
Ricordo che attesi con curiosità l’elenco telefonico, cartaceo, dell’anno successivo, per leggere il mio nome tra quelli di Spinoso. Non c’era privacy. E si poteva leggere nome cognome via e numero telefonico delle persone. Era un rito quello di controllare i nuovi abbonati, chi in paese aveva deciso di installare un telefono in casa.
Essere abbonati dava diritto a un elenco con i numeri telefonici della provincia e tutta una serie di numeri utili, impensabili da reperire altrove. Mica c’era internet.
Post post scriptum
Qualche giorno fa ho fatto ricerca su Ebay e ho trovato un elenco della provincia di Potenza del 1994-95. Il primo elenco in cui comparvi come abbonato Sip. Lo vendeva un certo Franco Calamassi di Sesto Fiorentino. Be’ l’ho comprato. Se avete bisogno…