Ciò che continua a meravigliarmi nel senso più profondo della parola, nonostante la cecità al consueto che cinquantasette anni di vita avrebbero dovuto indurmi, non è tanto qualcosa di particolare o di nuovo in cui di tanto in tanto mi imbatto, quanto piuttosto la mia stessa esistenza e la persistenza, intorno a me, di una realtà caparbiamente stabile e per niente necessaria (almeno all’apparenza), per di più estesa entro confini che sfuggono al controllo diretto dei mezzi di cui ci ritroviamo dotati per esplorare il mondo: le sensazioni e un sofisticato apparato (che chiamiamo mente) capace di apprendere dall’esperienza e di formulare euristiche utili per azzardare previsioni. Tutto questo allo scopo – uno scopo assurdo, a pensarci bene – di esistere, anzi perlopiù (r)esistere, alla prepotenza bipolare di un habitat che ci accoglie e ci vessa con eguale intensità secondo ghiribizzi indecifrabili. La conoscenza astratta, inoltre, assieme alla letteratura, all’arte, alle religioni e alla filosofia – ne prendo consapevolezza, purtoppo – non sono altro che una devianza patologica della potenza euristica cui accenavo, sorta essenzialmente allo scopo di superare con più facilità gli ostacoli, nutrirsi, riprodursi e combattere – in senso lato – in quanto, a ogni livello di esistenza cosciente, ci si ritrova a essere soggetti e oggetti a un tempo. C’è poi il linguaggio, nel nostro caso, che trasceso dalla mera funzione comunicativa limitata al qui-ora-questo a quella, dicevo patologica, della speculazione, è il massimo responsabile dello scollamento da una situazione-base all’interno della quale la parola “spiegazione” non ha alcun significato.
Ecco, dunque, che questo mio senso di meraviglia non è altro che un sintomo – fra i più gravi, seppure bello e intrigante – della degenerazione della specie umana, capace di portare al parossismo sia l’amore che la guerra. Anch’esse nient’altro che parole, dopotutto.