Lettera a Raffaele Nigro, per i suoi 70 anni

(in ritardo di cinque anni)

Didascalia n. 37

Spinoso, 9 novembre 2017

Se penso a Raffaele Nigro penso anch’io ad uno zio dalla barba di Appennino, come dice Giuseppe [Lupo, ndA]. Dirò di più, mi piace chiamarlo zio, come si usa nei nostri borghi appenninici, anche per chi non è il fratello di un padre o di una madre.

I parenti, lui lo sa benissimo, non sono solo quelli che non puoi scegliere come tali. Alla nostra latitudine i parenti li puoi ancora “adottare”: con il vincolo del vicinato che salda i dolori con le gioie, nei muri in comune delle case; con il “Sangiovanni”, che sacralizza in un legame, padrino, figlioccio e famiglie. O con un semplice zio.

“Zi’ Rafaiè”, non è solo il riconoscimento di chi appartiene ad una generazione più giovane di qualche lustro (tre nel mio caso) per un uomo-cardinale, ma è il segno di una scelta e di un rispetto che dilaga nel sangue dell’affetto, del volergli bene. Rispetto è un termine bellissimo, uno dei tanti che lo scrigno del latino ci ha consegnato. Deriva da quel respicere che significa “guardarsi indietro” e se io mi volto vedo Raffaele Nigro.

Per questo l’ho adottato come “zio”.

Se non lo sa, glielo dico oggi, che festeggia il suo settantesimo compleanno. E non certo per essere ricordato nel suo testamento da qui a cent’anni.

Se penso a zio Raffaele, penso subito ad un sorriso, una barba bianca e a due occhi azzurri. E quando dall’altro capo del telefono sento la sua voce sono strafelice come un bambino che si è guadagnato l’attenzione di un adulto.

Lo vedo “figura centrale” nella mia “personale” Scuola d’Atene. La sua filosofica fisionomia mi ricorda l’uomo sapiente per antonomasia. Forse anche per colpa di un luminoso ed enorme ritratto ad olio che campeggia sul suo divano melfitano.

Delle 58 figure raffaellite dell’affresco sono indeciso se è Platone-Leonardo, che chiacchiera con Aristotele, o Diogene di Sinope che si isola sui gradini mentre osserva un foglio. E se il primo esalta la sua amabilità nella conversazione, il secondo, completamente assorto nello studio, mi riporta ad un aneddoto che Livia mi raccontò (è bravissima) durante una cena ad Aliano nell’autunno del 2015: “Biagio devi sapere che Raffaele per scrivere la Baronessa dell’Olivento ha vissuto quattro anni nel Quattrocento, isolandosi da tutto, anche dalle bollette da pagare. Meno male che ci pensavo io”.

Forse zio Raffaele è un po’ Platone, un po’ Diogene, un po’ peripatetico, un po’ eremita.

Di lui amo la bonomia, la capacità di raccontare, l’ironia in doppiopetto. Conversare con lui è come camminare in un bosco, tra soste e riprese, tra annotazioni estemporanee e battute sagaci, tra osservazioni e silenzi. Sembra tutto fluido, persino l’italiano che tracima nel dialetto. E anche quando si infervora un po’, il “cazzo” e il “vaffanculo”, con il suo tono grave e il timbro appena ruvido, diventano punteggiatura irrinunciabile del discorso, un colpo di vento tra le foglie.

I ricordi che ho di lui sono diversi, ma a tre di essi sono particolarmente legato: il primo a Spinoso, 19 agosto del 2006, presentavamo Malvarosa nell’atrio molto bello di un palazzo settecentesco. Avevamo iniziato da poco, quando fummo sepolti da un baccano infernale di urla e watt. Sotto di noi a pochi metri in linea d’aria, nel cortile della scuola elementare, era iniziato uno schiuma party. Raffaele non si adombrò minimamente, li osservò dall’alto rotolarsi in quell’albume e disse “Sono giovani”. E continuammo.

 “Sono giovani” lo ripeté anche tre anni fa, nel 2014. Quando di passaggio per la Valle con amici di Melfi, alle tre di notte ci ritrovammo a mangiare e bere alla Romantica. C’era tanta gente e nella discoteca sottostante un toy boy muscoloso, glabro e lucido come un’oliatissima aringa, avvinghiato ad un tubo da lap dance, si toglieva moviolando gli straccetti di dosso durante una festa di nubilato. Tra miagolii di donnine. Restò incantato e divertito di quella simpatica suburra, appollaiato sulla balaustra.

E ridemmo lungamente anche a Masseria Crisci, nel giugno del 2015. Era una splendida giornata di sole, pranzammo all’aperto io, lui e Livia. L’invaso era gonfio d’acqua, e ci guardava da pochi metri, ma soprattutto c’era un’esplosione riflessa di colori potenti che dalle rive si specchiavano sulla pelle del lago: dal giallo della ginestra al rosso dei papaveri, dall’azzurro del cielo alla viridiscenza dei prati e delle foglie. Sembravamo in paradiso. Mangiammo degli agnolotti al tartufo con pezzetti di salsiccia (oltre agli immancabili cruski) e quando Raffaele chiese al cameriere, dai denti laschi, cosa ci fosse di bello in Val d’Agri… il poverino rispose: “Qui non c’è niente da vedere”.

Raffaele descrisse quell’incontro sulla «Gazzetta», nella sua rubrica settimanale, dileggiando affettuosamente il miope giovanotto.

Il bello fu che ritornammo a Masseria Crisci di lì a poco. Ci sedemmo al solito posto, con la solita vista mozzafiato. E quando vedemmo arrivare il solito cameriere, il pensiero, fulmineo, andò all’articolo: “Se l’ha letto… poveri noi”. Ma gli agnolotti al tartufo con pezzetti di salsiccia ci distrassero subito.

Zi’ Rafaiè, chiudo qui la mia affettuosa testimonianza, abbracciandoti come si deve abbracciare una quercia, in punta di piedi e stirando gli arti a più non posso. Mi raccomando, mantieniti forte, come una quercia, più di una quercia. Ti voglio bene.

tuo nipote illegittimo

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