Didascalia n. 39
Gino Bramieri era pingue e lombardo, un ossimoro per il prototipo del frenetico bauscia. Non a caso negli anni Settanta, dopo il periodo caroselliano, decise di essiccarsi perdendo un po’ di chili. Ma non perse bonomia e sapidità. Divenne il barzellettiere per antonomasia, ma era un bravissimo attore.
Le sue scenette, per la plastica Moplen, contribuirono a una piccola rivoluzione negli anni Sessanta e Settanta, dagli utensili casalinghi, in legno, zincati o smaltati, pesantissimi, con un colpo di poderosa ramazza, si passò a scolapiatti, bacinelle, spremiagrumi, secchi e conche, rigorosamente di plastica. Il fenomeno si allargò a tazze, posate, spazzole, pettini, vaschette e cestini ecc. Chi non ricorda il famigerato bicchiere telescopico da viaggio che si teneva nel cruscotto per non bere dal cannone delle fontanelle pubbliche?
Di plastica divennero le mollette per i panni, i vasi da notte, i cavalli a dondolo, le costruzioni Lego, i soldatini e ovviamente le bambole. Per non dire dei primi giocattoli globali, l’hula-hop e lo scubidù.
“E mo’, e mo’… Moplen”, fu per anni un mantra, che anche da bambini utilizzavamo per strada, quasi uno scioglilingua. Il comico de la Madunina era remunerato per dire che “I polimeri, le materie plastiche [sarebbero stati, nda] i maggiori protagonisti del futuro”. Tutti ci credettero. Beata innocenza. Bramieri era simpatico e convincente. E poi era di Milano. La capitale dell’industria.
Moplen, il brand con cui fu brevettato il polipropilene isotattico (indicato chimicamente con la sigla PP-H), che valse a Giulio Natta nel 1963 il premio Nobel per la chimica dopo averlo scoperto nel 1954, divenne sinonimo di plastica. Nella motivazione i pinguini della celeberrima Accademia di Stoccolma ringraziavano l’italiano: “per aver inventato un nuovo materiale, ignorato dal mondo della natura”.
“Ho trovato il modo di mettere in fila le molecole come soldatini in parata”, si schermì il Nobel.
Il Moplen era prodotto dalla Polymer e dalla Montesud (controllate della Montecatini, poi Montedison). Lo stabilimento di Terni dove si produceva il polipropilene era gestito dalla controllata Polymer, mentre quello di Brindisi era invece amministrato dalla controllata Montesud.
Bramieri, nella serie comica Quando la moglie non c’è, andata in onda durante Carosello, a partire dal 14 gennaio del 1962, per reclamizzare il Moplen, interpretava il casalingo, con tanto di grembiule, che attendeva alle faccende domestiche (alcuni titoli degli episodi: Bollire il latte,Pulire i vetri, Fare il bagnetto al figlio, Il tintoretto, Il the, Cuocere gli spaghetti, Preparare il bagno), in attesa del rientro dell’architetto, cioè della moglie, stanca dopo una giornata di duro lavoro. Giusto per curiosità: Quando la moglie non c’è era sceneggiato da Leo Chiosso, l’originale scrittore-paroliere di Fred Buscaglione (insieme avevano scritto Che bambola, vendendo quasi un milione di copie, nel 1955).
Si trattava di una pubblicità avanguardistica, moderna, irrituale rispetto ai canoni di una cultura maschilista che tendeva a mantenere la distinzione dei ruoli, tra uomo lavoratore e donna casalinga e accudente. La cultura femminista degli anni Sessanta e la lotta per l’emancipazione si trasferirono con una valenza ironica nella comunicazione pubblicitaria e venne cavalcata come novità culturale. Eravamo nel post Boom economico. Anni siderurgici sì, ma anche di plastica.
La plastica colorata, morbida, avvolgente e indistruttibile, utile per migliaia di oggetti, nella vita quotidiana e nel mondo del lavoro, distrusse gli oggetti secolari della casa, di legno, di ferro, di rame, di zinco, stagno. Rimprovero sempre a mia madre che non ha conservato nulla della vecchia casa e della cantina. Ma era tutta roba vecchia, ancora mi dice. In fondo la capisco. C’era una fame repressa di nuovo, di futuro, un desiderio atavico di emancipazione dalle vecchie generazioni e persino dagli oggetti che utilizzavano. Volevano marcare la propria diversità anche attraverso la materia. Via la roba vecchia e sporca, passata di mano in mano, da nonni a genitori, da genitori a figli. Viva la plastica.
Sta di fatto che il Moplen, resistente alle alte temperature, facile da realizzare, senza passaggi intermedi dalla materia prima allo stampaggio, duttile e manipolabile, divenne rampa verso la Luna della modernità.
E poi basta “stagnari” per casa. Basta fabbri, zingari e arrotini. Che all’ora di pranzo dovevi anche far mangiare. Persino i capiddari, che periodicamente battevano i comuni in cerca di trecce e code da rivendere per realizzare parrucche e toupet, non offrivano più collanine e specchietti, ma recipienti di plastica Moplen. Un fenomeno di costume che giunse con rapidità anche nei piccoli e remoti paesi sull’Appennino.
Nelle case degli italiani Moplen divenne status symbol di una conquistata comodità.
Per me la plastica era il cestino dell’Asilo (baschetta in dialetto), celeste ̶ aveva dei polimerici vimini intrecciati ̶ , con cui portavo merenda bavaglino e cianfrusaglie varie. Era anche il coltellino della Nutella, per spalmarla sul pane. O quell’enorme pouf blu che mi spedì mio zio Mimì dall’Australia, in un memorabile pacco dono, agli inizi degli anni Settanta. Per noi bambini era bella e buona.
Per mia madre divenne più semplice fare il bagno settimanale, il sabato. Conca blu. Come il mare di Policoro che avrei visto qualche anno dopo. Altro che il mastellone di legno, scomodo e pesante.
Nella conca ci sguazzavo. E mentivo se mamma mi chiedeva se avevo freddo, nonostante le labbra cianotiche.
Adesso, ahimè, sguazziamo nella plastica.
E mo’ e mo’…