Didascalia n. 41
Il tocco. Italianizzando. In dialetto è “u tokkë”, termine ormai scomparso, che si ritrova nei testi di Antropologia culturale, o come osso di seppia delle frasi fatte che ancora circolano tra gli anziani: “Të pòzza piglià u tokkë!”.
E non è il tocco della mano nuda del re che guariva, si diceva, dalla purulenta scrofolosi, né quello di Re Mida. Ma il colpo apoplettico, l’ictus, termine latino che significa “percossa, battito, colpo”, quindi “tokkë”. Quasi una magia, un colpo di bacchetta, che fulmina e annebbia o annienta, come una randellata in testa. La frase era una vera e propria maledizione spesso esclamata in un momento di particolare rabbia.
La versione italiana di “të pòzza piglià u tokkë” potrebbe essere, edulcorando, “Che tu possa ammalarti!”, o “Che tu possa essere fulminato!”, lungi dall’essere beneaugurale. I latini, invece, preferivano sinteticamente un semplice Aegrotes! E avevano detto tutto. Con asciutta eleganza.
“U tokkë”, me lo ha ricordato stamani mia madre mentre andavamo verso il mare. Eravamo all’altezza delle Pietre di S. Oronzo, i tre denti che spuntano dalla mascella dell’Appennino lungo il medio corso del fiume Agri.
Si parlava di qualità dell’esistenza. E mia madre sosteneva, come darle torto, che si vive più a lungo, ma con più patologie. E non sempre ciò è un bene.
Mi è sovvenuto il nonno Biagio, il nonno con la coppola, che ci ha lasciati nel 1979, colpito da ictus. Aveva 77 anni. Mai stato in ospedale (a Villa d’Agri ancora non c’era). Mai preso farmaci. Mai misurato la pressione. Le gambe erano il suo punto debole. Da calzolaio, aveva sempre camminato poco. E quando mio padre gli comprò un bastone si sentì inutile. Da allora ogni tanto scoppiava in lacrime, senza motivo. Almeno per me.
Forse per questo una delle poesie che più amo di Sinisgalli è “Pianto antico”. Perché, secondo me, parla di lui.
PIANTO ANTICO
I vecchi hanno il pianto facile.
In pieno meriggio
in un nascondiglio della casa vuota
scoppiano in lacrime seduti.
Li coglie di sorpresa
una disperazione infinita.
Portano alle labbra uno spicchio
secco di pera, la polpa
di un fico cotto sulle tegole.
Anche un sorso d’acqua
può spegnere una crisi
e la visita di una lumachina.
Il 13 febbraio del 1979, nonno fu “pigliato” dal “tocco”. Come una scossa, un taglio netto del filo della coscienza. Atropo, la più temuta delle Moire, aveva deciso così. Senza i preavvisi raccontati da Josè Saramago nelle Intermittenze della morte.
Quel giorno mi trovavo a Moliterno dal mio compagno di liceo, Antonio Branda. Avevo bisogno di un ripasso in algebra. E lui mi aveva accolto a casa sua per qualche giorno. Vitto, alloggio e lezioni. Alla telefonata di mio padre, presi un noleggiatore, anche se ero senza soldi (lo pagai all’arrivo) e mi precipitai a Spinoso, dal nonno.
Chiamarono Donato Viceconte, il medico del paese. Che scosse la testa. Non ricordo se gli misero una flebo. Era normale restare in casa. E aspettare dignitosamente la morte nel proprio letto. Chiamarono il parroco, don Egidio Guerriero, per l’estrema unzione. Di notte, nella stanza a lato, dove dormivo, sentivo il suo rantolo. Morì il 20 febbraio, dopo una settimana.
Non si è accorto di nulla ed è andato via senza dar fastidio. Come aveva vissuto. In silenzio. Circondato dalle persone care. Una buona morte.
Volli assistere alla liturgia del trapasso, alla saldatura del coperchio di zinco e alla chiusura della bara. Non volli uscire dalla sua camera da letto, anche se avevo solo 16 anni. Un po’ per affetto, un po’ per curiosità. Rivedo la muta agitazione delle donne di casa e del vicinato, dopo la vestizione: gli lasciarono il Borsalino (che metteva nei giorni di festa), un rosario, delle monete e qualcosa avvolto in un panno, che non ho mai saputo. Mi piace pensare ci fosse qualche suo arnese di lavoro. Che si sia fatto seppellire come gli antichi Egizi o gli Etruschi. Per completare la sua opera nell’aldilà.
Ricordo il fatalismo di mia nonna, tanto dolore, ma nessun dramma. Niente urla, né lamentazione da prèfica. Eppure erano molto uniti. Si volevano un gran bene. La tv, la spegnemmo per pochi giorni. In alcune famiglie taceva per anni. Sarebbe stata una “vergogna”. Noi eravamo “moderni”. Portammo un lutto blando.
Mia madre e mia nonna si vestirono di nero soltanto per un anno. Mio padre si spillò un bottone nero sul petto. Altro che a Sant’Arcangelo!
Nel paese matriarcale per eccellenza ci andavo spesso da bambino, una o due volte l’anno, colpa di una miopia abbastanza aggressiva, per la rituale visita dal leggendario oculista, Filippo Pastore, che visitava la prima domenica di ogni mese, quando rientrava da Roma.
Sembrava un missionario che ritornava nel suo paesone rurale, per guardare negli occhi i suoi compaesani e aiutarli. Quasi un dovere nei confronti di quella comunità, di cui era figlio e che aveva abbandonato per studiare e diventare un professionista affermato nella Capitale.
L’uomo della medicina possedeva un palazzo signorile nel centro storico, un labirinto, punteggiato di slarghi, vicoli, scalinate e donne frettolose, tutte vestite di nero. Si respirava qualcosa di tetro e di magico al tempo stesso. In fondo era il paese della Santarcangiolese di Carlo Levi.
Ma la cosa che mi impressionava di più, da bambino, a parte le nere matrone, erano i grandi fiocchi sbiaditi e impolverati attaccati alle porte. Farfalle di morte. A Santarcangelo, mi dicevano, il lutto era per sempre. Non aveva scadenza. Era davvero impressionante. Non c’era una porta che non ne recasse una.
Quando mi capita di parlare del tema della morte, nell’ora di Letteratura, qualche mio studente, apotropaicamente e con grande disinvoltura, lascia sfilare la mano tra le gambe. Per sconfiggere l’idea del nulla a loro basta poco.
E io, sistematicamente e per sdrammatizzare, racconto un piccolo aneddoto di un arguto sacerdote spinosese, Don Secondo, vissuto a metà del secolo scorso. Accadeva, con una certa frequenza, mentre si recava a S. Rocco per la messa mattutina, di imbattersi in un contadino che lo salutava con affabilità, ma che, contemporaneamente, si rimestava di nascosto l’inguine con la mano in tasca, credendo di non essere visto, non appena scorgeva la sua tunica nera.
Il curato di campagna, dopo che la scena si era ripetuta svariate volte, una mattina sbottò: “Cumpà, vìrë ca të può grattà pùrë n’capë, tàntë së nu cugliònë sanë sanë!”.
È il mio modo per dire ai miei studenti che la morte non è tabù e un po’ di ironia non guasta. Nascere include il fine-corsa. Per dirla poeticamente con Elio Pagliarani: “Proseguono metodiche / le operazioni di spegnimento. / Giorno per giorno accumulo / la mia porzione di cenere”.
Possiamo fare poco. Solo augurarci una eutanasia, nel senso letterale del termine greco, ossia una “buona morte”.
Come quella di mio nonno. E sperare di essere fortunati.
Per questo, credo, non sia più il caso di considerare il “tocco” una maledizione. È esattamente il contrario. Anzi, spero che qualcuno me lo auguri e che ci colga. In caso contrario, provvedo da solo: “Më pòzza piglià nu tokkë!”.
Per andar via in fretta, senza soffrire e senza dar fastidio.
Ovviamente fra cent’anni. Tiè!