<<Chi non sa perdonare/ non ha voce nel suo proprio impero/ però forse questo non è vero…>>. Non erano mai definitivi i propri punti di vista, le affermazioni, le parole. E così in tutta la sua non lunga vita non vi fu mai nulla di risolutivo, tutto era in transito, provvisorio, precario. All’anagrafe era Vittorio Vitolo, ma poi divenne Cavallo, Victor Cavallo, perché nell’estate del1968 andò a fare delle vacanze politiche in Calabria e, non trovando un letto a casa di amici, passò la notte in una stalla. Il giorno seguente chiese la parola nell’ assemblea e chi moderava la discussione non sapendo il suo nome lo presentò nel “compagno Cavallo”. Attore-caratterista di spicco, in oltre una cinquantina di produzioni televisive (“La piovra” ) e cinematografiche(“La tragedia dell’uomo ridicolo”, “Il grande cocomero”, “Pasolini un delitto italiano”, ), protagonista di punta con Memè Perlini e Simone Carella del teatro avanguardista nella Roma dei primi anni settanta, Victor Cavallo è stato innanzitutto un poeta che ha vissuto solo come vivono certi veri poeti: di passioni, piaceri, eccessi, stenti. Ed ovviamente di amori, come quello per il suo quartiere dove nacque da una famiglia proletaria nel 1947 ed oggi c’è un parco urbano che porta il suo nome. Era per lui la Garbatella “un entroterra del realismo, un quartiere, un posto, sembra quasi un paese, un miracolo”. In vita “l’anarco-sorcio-situazionista” Victor Cavallo non pubblicò mai niente, solo nel 2003 una selezione di suoi componimenti surrealisti vennero impaginati nel volume “Ecchime” per Stampa Alternativa, mentre in ultimo “Round Midnight Edizioni” ha pubblicato ”Non è successo niente”, una raccolta di un bel numero di scritti i quali hanno richiesto un attento lavoro di decifratura in quanto riportati a penna su foglietti di fortuna, pezzi di giornali, biglietti dell’autobus, scontrini della spesa. Fuori da ogni schema, segnata da attriti ed interferenza, la scrittura di Cavallo non conosce vie di mezzo: o la si apprezza per intero o la si denigra. Mescola la lingua colta col romanesco, inventa le parole e gioca con le sboccature e dei geniali paradossii (“E finirò di vivere la vita con la paura di vivere la vita”). Sul palco del Festival Internazionale dei Poeti di Castel Porziano nel 1979 a presentare i cantori della beat-generation Corso, Giorno, Ferlinghetti, Ginsberg, Victor Cavallo fu perennemente braccato dal successo, ma lui, da outsider qual’era, lo dribblava alla stessa maniera di come quando giocava a calcio e sfuggiva agli avversari. Di pallone era malato, stravedeva per il triste e sfortunato capitano Agostino Di Bartolomei e, naturalmente, tifava per la Roma (con cui fece da ragazzo anche un provino). Si divertiva a schierare su un foglietto la sua squadra del cuore, collocando in prima linea i nomi di Edmundo, Battistuta e Salas, mentre in un altro scritto breve dell’estate del 1979 pronosticava per i giallorossi “una campagna acquisti che ridia speranze di Coppa Uefa”. Fu maledetto e disperato Victor Cavallo, ma era un buono e poetava: <<Io cado preda delle carezze altrui/ gli amori che bussano alla porta/senza pietà…Certe volte prego/certe volte mi addormenta il buio, mi stanca la luce>>.
mentò: <<Ho visto Sollier segnare un magnifico gol all’Atalanta e rispondere agli applausi levando il pugno chiuso>>. Per Paolo Sollier, classe 1948 di Chiomonte, in provincia di Torino, quell’alzata col pugno sinistro chiuso non voleva essere una menata, né propaganda politica, solo un gesto istintivo, un saluto di complicità verso i compagni e il pubblico amico. Eppure, come racconta lo stesso Sollier nelle impertinenti pagine di Calci e sputi e colpi di testa, di cui da poco è uscita la terza ristampa (Mimesis Edizioni, euro 12,00; pag.118), per quel pugno chiuso e per la sua dichiarata appartenenza politica ad Avanguardia Operaia una certa stampa di regime lo mise alla gogna. Quando arrivò per la prima volta nelle librerie (era il 1976) per l’editore Gammalibri, Calci e sputi e colpi di testa fece non poco scandalo, e non soltanto dentro il mondo del calcio, il quale non era certamente condizionato dal business attuale, ma rimaneva per certi versi un universo chiuso dove, tra l’altro, era difficile trovarvi un calciatore con una testa pensante e un pensiero politico. Paolo Sollier – che, per sua stessa ammissione non fu mai un giocatore di alte qualità, ma solo un buon trequartista che spesso andava in gol – quando scrisse quelle sue riflessioni era pienamente consapevole che avrebbe fatto ingrigire di umore più di qualcuno dell’ edulcorato sistema pallonaro. Ad iniziare dall’ allenatore del Perugia Ilario Castagner, osannato dalla stampa per aver impostato sulla squadra uno spettacolare gioco totale all’olandese, ma negli spogliatoi genuinamente odiato dalla metà dei suoi giocatori . <<Ho l’impressione – scrive(va) Sollier – che quest’uomo se lo togli dallo stadio, dai giornalisti, dai tifosi diventi come un burattino vuoto. Dicono voti socialista, ma da discorso viene fuori il qualunquista: la delinquenza, i ladri, i rapimenti? Bisognerebbe ammazzarli tutti è la sua analisi. Soluzioni da maggioranza silenziosa e un po’ cretina>>. Stilettate graffianti Sollier non ne riservò solo per l’ allenatore che portò per la prima volta i grifoni umbri nella massima serie, ma sotto il graffio della sua penna finirono pure il presidente del Perugia D’Attoma per il suo puerile linguaggio, l’arrogante centravanti della Lazio (fuggiasco per denaro negli Stati Uniti) Giorgio Chinaglia, i fascisti Wilson e Petrelli anche loro giocatori della Lazio, i tifosi sempliciotti che parlavano solo di calcio. Uno spettacolo dichiaratamente da vomito questo, come lo era per Sollier quello di certi cronisti banali e cretini che, invece di indagare in profondità il fenomeno della violenza negli stadi preferivano tutti i giorni <<<ricamare sulle mutande di Bettega, contare le pulci a Rivera, correre dietro i viaggi aerei di Chinaglia…>>. In altre pagine Sollier si sofferma(va) sull’idea di rivoluzione, femminismo, sui suoi veloci amori e rapporti sessuali, sul papà partigiano, sulla propria carriera di “calciatore per caso” che dall’interregionale si ritrova nella massima serie fino ad essere svenduto (senza alcun preavviso) al Rimini di Helenio Herrera. Prefate nella nuova edizione da Renzo Ulivieri, Calci e sputi e colpi di testa” sono sì pagine di un calcio di altri decenni ma che, tuttavia, ha mantenuto inalterato certi vizi. Traviamenti raccontati con vena tagliente da Paolo Sollier, ex-calciatore sui generis che aveva l’abitudine di non firmare autografi ai tifosi (con loro preferiva parlare) e di dare in dono ai compagni di squadra i romanzi di Garcia Marquez o le raccolte di poesie di Pavese o Evtusenko, mentre oggi continua a simpatizzare per la sinistra politica (Potere al Popolo) e ad essere innamorato del calcio giocato e, certamente, non di quello parlato, sbracato, urlato dei talk-show televisivi.studia, lavora nei campi e gioca a basket sperando di raggiungere un giorno la fama dei suoi idoli Bill Russell, Oscar Robertson, Wilt Chamberlain, Kareem Abdul Jabbar. Grazie al basket potrà entrare in un college, ma il basket del suo Paese le dovrà rendere sempre gratitudine per lo spettacolo reso, tra giocate incredibili e caterva di canestri. Al titolo nazionale porterà più volte la sua squadra, il Delta State di Cleveland, memorabili rimarranno le sfide scudetto con l’Immaculata College, un club di un’università cattolica seguitissimo dalle suore dell’istituto, assatanate di tifo. Da tempo sulla sedia a rotella, Lusia Harris è morta a 68 anni lo scorso mese di gennaio. Peccato, non ha potuto godersi la gioia per l’Oscar 2022 assegnato (sezione cortometraggi e documentari) al lavoro di Ben Proudfoot, “The Queen of Basketball”, dove la Harris con il suo bel faccione (ripreso in primissimo piano) e una risata contagiosa in poco più di venti minuti ricorda l’infanzia e la sua numerosa famiglia, racconta i successi sportivi e il dopo carriera, mentre immagini di repertorio contrappuntano il suo incredibile talento. Realizzato, tra l’altro, sulla digitalizzazione di quasi diecimila negativi e sedicimila metri di pellicola, il piccolo film del regista canadese è diventato con la scomparsa della Harris un classico “ultimo racconto di vita” che riconosce tutto quello che c’era (c’è) da riconoscere ad una cestista immensa. E ad una straordinaria donna.