Un secolo di anonimo design
Buon compleanno alle panchine, in ferro battuto, di Spinoso

Didascalia n. 43

Siamo italiani. Qualsiasi cosa si faccia, non riusciamo a sottrarci alla dittatura estetica, anche se il “bello” è inutile. Si sa. La scorza è perdita di tempo, di materia, di funzionalità.
Siamo italiani. La “forma”, per noi, è un valore. È segno dei tempi. Impronta di civiltà.
Siamo italiani. Il futile non è superfluo. Lo sfrido non è il nemico dei costi.

Nel corso del Novecento, persino la monotonia dei manufatti in serie non è stata trascurata dall’impellenza del bello. Che fossero costosi o di poco valore. Non si è mai dubitato della necessità di riflettere, esteticamente, sulla importanza della forma nella produzione seriale.
L’Industrial design è diventato quindi il terzo fronte, l’evoluzione dell’artigianato, a sua volta fratello bastardo e popolare di quell’arte medievale e rinascimentale che ci ha marchiati nella storia dell’umanità.
E il made in Italy è diventato il brand dei brand. Dovunque, comunque e perunque.

Gli importanti oggetti di design del Secolo breve hanno sempre un creatore.
Non vi parlerò di Gio Ponti, di Costantino Nivola, Giovanni Pintori, Bruno Manzi, Pino Tovaglia, Pininfarina, Ettore Sottsass, Marco Zanuso, Carlo De Carli, Gae Aulenti, Giorgetto Giugiaro, Carlo Scarpa ecc., per non dire dei grandi stilisti di moda.
Non vi parlerò, quindi, della poltrona D.153.1 della Molteni&C, della Bilia Led di Fontana Arte, dell’Olivetti 42 o della Valentine, delle Ceramiche di Giuseppe Cesetti, della Giuletta dell’Alfa Romeo.
Non vi parlerò del primo giocattolo in gommapiuma armata, realizzato da Munari, la scimmietta Zu, realizzata dalla Pigomma, né della Cinquecento di Dante Giacosa, né della Cucina a gas mod. 700 della Rex, né della lampada da tavola Eclisse della Artemide, né del dondolo Astolfo di Peppe Di Giuli della Studio Giochi, né della FB33 della Folletto.
Non vi parlerò del Compasso d’Oro, istituito nel 1954, con cui si decise di premiare la creatività della forma nell’industria. A scorrere le foto, i premi e le motivazioni, si può fare un ripasso degli oggetti di culto dell’Italian Design dagli anni Cinquanta ad oggi. Tanto ambìti dai collezionisti o dai Musei di Design.

Per questi memorabilia, c’è sempre un’idea, un nome, un brevetto, un’industria. Gli importanti oggetti di design hanno sempre un genitore.
Quasi sempre.
Per l’oggetto di cui voglio parlarvi, al contrario, non c’è brevetto, non c’è industria, non c’è nome. Non c’è creatore.

È un’anonima panchina in ferro battuto, molto comune a Spinoso, in Basilicata. Siete invitati.

C’era qualcosa nel sottotraccia della mia memoria che solo da poco è emerso come un periscopio dal sommergibile. Che si è trasformato in una domanda. Questa.
Chi è il designer che avuto l’idea, che ha disegnato e forgiato per primo la sagoma, pardon il design, delle panchine in ferro della piazza principale, ’A Crocë, e che sono state “riprodotte”, per un processo imitativo e spontaneo (partenogenesi?), in altri quartieri del paese, realizzando la panchina per antonomasia di Spinoso?

Belle e utili. Nulla da invidiare alla poltrona Frau, o al divano Chester o agli arredi da esterni della Collezione Palissade. Eppure il disegno, semplificato, sembra un superbo omaggio al Liberty. Sembrano leggère, fragili, ma non lo sono. Sembrano facili, ma non lo sono.
Panchine sinuose, eleganti, armoniche. Ma anche ergonomiche e resistenti. Con la loro struttura aperta non oppongono resistenza al vento: che scivoli fresco dal monte Raparo, che arrivi umido e frontale da Grumento Nova, dove tramonta il Sole, o spiri gelido da Viggiano, si lasciano attraversare con mansuetudine.

Una panchina simile era ad Ancona in via Cavour (adesso è al Museo Italiano della Ghisa a Lanciano), una panchina storica perché il Generale Armando Diaz ci incise il bollettino della vittoria della Prima Guerra Mondiale. Ma è più bella la panchina di Spinoso.
Ho visto una cartolina storica di Hyde Park a Londra, di inizio Novecento, con una panchina di ghisa a bande laterali, goffa e classicheggiante. Ma è più bella la panchina di Spinoso.
Ho amato Forrest Gump e la sua piuma. Ma è più bella la panchina di Spinoso.

La sensazione è che sia perfetta, non un grammo di ferro più o in meno del necessario. Sono senza braccioli e sono in grado accogliere a seconda della tipologia da 2-3 a 4-6 persone. Hanno sempre compiuto la propria missione con diligenza e serietà. Nessuno mai si è chiesto, neanche nei giorni di festa, Maddalena o San Rocco, o prese d’assalto nelle serate estive: “Ma regge? Ci reggerà visto che siamo in tanti”.
Non hanno mai fatto male a nessuno, essendo stondate alle estremità. Sono di ferro e sembrano di gomma. Affidabili e fedeli. Discrete e taciturne.
Sotto la pioggia e il sole rovente, sotto le nevicate o i banchi di nebbia che dal Lago del Pertusillo risalgono la collina di Spinoso e la sua splendida piazza balaustrata, non si sono mai lamentate, mai piegate.
Ogni tanto hanno chiesto, con discrezione, una pennellata di vernice color antracite. Si sono adeguate a culi piccoli e grandi, a gambe corte e lunghe, ai salti dei bambini e alle goliardate degli imbecilli, hanno ascoltato, con riservatezza e per decenni, pettegolezzi e barzellette, confidenze e sconcezze. Hanno subìto pìritë e koškë, gare di rutti e conati di vomito, pisciate di cani e ubriachi. Ma hanno accolto anche baci e abbracci, singhiozzi e pianti, sussurri e grida, dichiarazioni d’amore e dolorose separazioni. Una culla di chiacchiere per generazioni diversissime tra loro.
Una panchina è ponte di socialità, spazio comunitario, luogo di umanità. È un’area di sosta, di pausa, di silenzio, di osservazione. Meglio dello slogan del «Cynar» di Ernesto Calindri, quando diceva, seduto in mezzo al traffico de Milan: “Contro il logorìo della vita moderna”.
Basta sedersi lì, su una panchina, anche da soli. Qualcuno si avvicinerà, si siederà, ti saluterà. E ti chiederà qualcosa.

L’opinione di uno scriba serve poco, ma per il sottoscritto quelle panchine meritano il Compasso D’Oro per l’armonia della forma, per la bellezza delle curve, per l’equilibrio strutturale, per la nobile funzionalità, anche se il “designer” è “ignoto”.
A me piace pensare che siano state realizzate da due abili fabbri, Vincenzo e Peppe Merlino, due gemelli omozigoti, vissuti in via Pimentel, in cima a una scala vertiginosa, che ho conosciuto negli anni Sessanta-Settanta quando ormai erano in pensione. Erano due personaggi solitari e saturnini. Allegri e affascinanti. Si sono fatti compagnia per tutta la vita.

Le prime panchine sono state realizzate nella loro fucina, nel quartiere Forge del paese? Forse. E il disegno? Ideato o copiato. Non sappiamo.

Sappiamo però da una notizia di cronaca pubblicata su «La Basilicata nel Mondo», nel numero di maggio-giugno del 1925, che era stata “abbellita la piazza principale” di Spinoso, per merito del cav. Pasquale Margarella, spinosese, emigrato all’età di 16 anni negli Stati Uniti, alla fine dell’Ottocento. Il mecenate, dopo la cittadinanza americana era arrivato a Spinoso nel 1921 e vi era ritornato anche nel 1924. Ma su di cui, personaggio dimenticato, dirò in altre circostanze.

Le prime panchine in ferro di Spinoso, dal design che fonde bellezza, utilità e anonimato, hanno un secolo di vita. Ben portati. Buon compleanno. Grazie di esistere.

Curiosa appendice tecnica. La panchina in ferro battuto per 2-3 posti (esistono anche versioni più lunghe) è realizzata saldando 36 ferri. Le doghe orizzontali per la trama dello schienale e della seduta sono 21 ed è utilizzata una piattina di 20 mm per 3 mm, per una lunghezza che varia in base ai posti.
La struttura portante, l’ordito, si compone curvando con una doppia esse le 3 piattine verticali (nelle versioni lunghe si aggiungono due ferri, non portanti), di 30 mm per 6 mm, che si scaricano a terra nelle tre gambe anteriori. Nel loro percorso, a livello della seduta, si saldano con i 3 ferri che curvano in direzione opposta per trasformarsi nelle gambe posteriori.
Per stabilizzare il tutto, insieme a un ferro orizzontale posteriore che corre lungo tutta la panchina, si aggiungono tre coppie di archi opposti, per rinforzare le tre coppie di gambe.
Nei prototipi più antichi le doghe fuoriuscivano lateralmente dallo scheletro. Ma per timore delle estremità si è pensato, credo a metà degli anni Ottanta, di incorniciarle con altre 2 piattine. Per tenerle pochi bulloni, solo 6.

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